"La porta delle sette stelle" di Pasquale Pozzessere
"La porta delle sette stelle" vive nelle scatole cinesi di una scoperta sempre rinviata, serrata tra le maglie di una sovrimpressione accecante che cortocircuita il passato nel presente producendo corpi e illusioni, storie e affabulazioni quasi mitiche.

Dal chiarore incerto del passato, ai disordinati rivoli di fuga del presente, La porta delle sette stelle (ultima opera in ordine di tempo di Pasquale Pozzessere) si alimenta di movimenti continui ed esasperati, di sguardi tormentati, di corpi incastrati in dimensioni claustrofobiche dell'essere. Non c'è pace nell'universo tormentato del regista pugliese, non c'è mai vera tregua. Dagli splendidi arazzi emotivi di Verso Sud, sino alle rarefazioni mèlo di Padre e figlio, non è cambiato pressoché nulla: il cinema non può che raccontare spazi e tempi differiti del desiderio, come una macchina del tempo che sbaglia, accendendo e spegnendo in un unico atto l'immagine della felicità, pronta poi a perdersi e a diradarsi progressivamente.. E allora ci si può anche perdere terribilmente nel viaggio iniziatico del piccolo David (figlio di un dipendente dell'ambasciata italiana in India), nei suoi turbamenti, nelle sue paure che ottenebrano la vista, trascinandolo in una forsennata ricerca della propria identità, di un corpo forse (quello di sua madre, un'antropologa uccisa in India) o magari soltanto di una voce. La porta delle sette stelle vive allora nelle scatole cinesi di una scoperta sempre rinviata, serrata tra le maglie di una sovrimpressione accecante che cortocircuita il passato nel presente producendo corpi e illusioni, storie e affabulazioni quasi mitiche. Ecco, se c'è un limite in questo prodigioso accavallarsi di temi e tracce buone per altri due film è forse la dispersione, come se Pozzessere volesse dire troppe cose insieme, mettendo troppa carne al fuoco, ma è un difetto da poco. Abituati alla forza rigorosamente centripeta dei suoi film precedenti (vi ricordate lo sguardo annebbiato di Placido sul figlio Dionisi in Padre e figlio, capace a sua volta di riflettersi sulla magia di un cinema che osava essere un documentario sublime su Genova..?), abbiamo fatto fatica ad abituarci alla volontà autenticamente centrifuga di quest'opera, generosa e vitale come pochi altri film italiani di oggi sanno essere, capace di sbagliare di deragliare in corsa, condannandosi all'invisibilità protratta troppo a lungo (il film è addirittura del 2003), eppure in grado di aprirci squarci di assoluta bellezza (certi momenti in cui Torino non è mai stata così affascinante al cinema), di quelli che ti travolgono improvvisamente, lasciandoti riflettere su quanto sia bello e necessario un cinema imperfetto e passionale come questo, meravigliosamente simile alla vita...
Regia: Pasquale Pozzessere
Interpreti: Stefano Dionisi, Sabrina Colle, Pilar Abella, Stefano Pesce, Barbara Lerici, Cosimo Fusco
Distribuzione: Stazione Marittima
Durata: 100'
Origine: Italia, 2003
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