"Shall we dance?", di Peter Chelsom

Il cinema di Chelsom è proprio “serendipità”: s’incappa in “scoperte fortunate e inattese” assistendo a questa sua vellutata commedia musicale che possiede la grazia di una bolla di sapone

shal we dance?

Scagli la prima pietra chi non ha mai desiderato scartare i binari del suo tram-tram quotidiano, qualsiasi cosa significhi quello "scarto"? John Clark (Richard Gere) è un avvocato di mezza età pienamente inserito nell’american way of life: una vita tranquilla e moderatamente spensierata, scandita ogni giorno dal pendolarismo ferroviario casa-ufficio, dove redige gli ultimi atti di vita di cittadini moribondi, condensati in quei fogli che vanno sotto il nome di testamento. Ha una famiglia di cui andar fiero con una moglie che ha le fattezze fisiche, umane e intellettuali di Susan Sarandon e due figli adolescenti che lo amano e non lo fanno particolarmente impazzire. Ma la monotonia è il malinconico rovescio della felicità fissa sul "bello stabile" e il nostro, nei silenzi familiari e nella sua mancanza di desideri specifici, ne avverte la presenza. E proprio su quei quotidiani binari, lungo il loro implacabile, immutabile percorso rettilineo, alzando un giorno lo sguardo John scopre una finestra abitata da un’affascinante sirena della danza, illuminata da soffusi neon colorati e dalla penombra, con lo sguardo perso chissà dove come il suo, in attesa degli allievi della scuola di ballo. Un’occasione, un’imprevista ancora di salvezza, più luccicante di altre lanciategli nel mare di proposte che offre Chicago per prendersi qualche pausa, anzi qualche "rivincita", dalla sua vita di prevedibile gradevolezza e dimostrare dolcemente che l’uomo è un organismo in perpetua tensione verso un "qualcosa" che trasmuta sempre in "altro", tragicamente e commoventemente mai pago della felicità che possiede, per quanto grande possa essere. Il cinema di Chelsom è proprio "serendipità": s’incappa in "scoperte fortunate e inattese" assistendo a questa sua vellutata commedia musicale che possiede la grazia di una bolla di sapone, quelle lucenti e morbidamente colorate a cavallo delle quali tutti, prima o poi, vogliono farsi trasportare per fuggire, anche un attimo soltanto, dalla cruda realtà. Gere, sotto la guida esperta del coreografo John O’Connell (tutto Luhrmann: da Ballroom, a Romeo + Juliet e Moulin rouge), balla in modo soddisfacente per la prima volta e fa dimenticare l’imbarazzante prestazione di tip-tap in Chicago trovando anche neo-tonalità da ex sex-symbol affascinantemente ingrigito, oltre ad una certa elettricità sinergica con la partner Lopez, alla quale si può perdonare qualche troppo mielosa lacrimuccia appiccicata un po’ forzamente sul viso in alcuni momenti. La Sarandon è la solita regina dello schermo e se solo nel finale può far trapelare per qualche istante, tra le braccia di Gere, la prodigiosa sensualità della sua Janet nel sublime The Rocky horror picture show, è un’appartata quanto efficace e solida spalla emotiva dell’intera struttura sociale in campo. Ma il vero fuoco d’artificio del film sono la varia umanità di cui si compone il gruppo dei colleghi "ballerini", tra i quali spicca un travolgente, stupefacente Stanley Tucci che incendia le inquadrature e le piste da ballo, scatenandosi, irresistibilmente inguainato in accecanti mise ricoperte di pailettes (con o senza fluente parrucca corvina), contro i pregiudizi della società. E allora, anche se Astaire-Rogers saranno sempre un’altra cosa… "shall we dance? Yes, sure!".

Titolo originale: id.
Regia: Peter Chelsom
Interpreti: Richard Gere, Jennifer Lopez, Susan Sarandon, Stanley Tucci, Bobby Canavale, Nick Cannon
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 106’
Origine: Usa, 2004

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