La formula è semplice, bastano una licenza da un videogioco conosciuto e un trailer con qualche scena ammiccante, che attiri l'attenzione dei fan. Nel mezzo un giocattolo anacronistico, debordante nella sua scoperta inattualità, paradossale nell'inconsapevole impegno auto-parodistico.
Un film che si guarda come un documentario e si vive come una tragedia, costruito con intenti didascalici ma incentrato sul parallelo tra la storia di una nazione controversa, come il Pakistan, e la storia di una donna. Perché è la donna che catalizza gli effetti più nefasti dell'attitudine umana a dividersi in gruppi.
Il terzo capitolo della saga di "Ginger Snaps" affascina per l'impatto visivo e l'esplorazione delle connessioni che legano carne e legami parentali, tanto da rendere l'intera storia una lotta intestina fra consanguinei e compagni di viaggio.
Non importa se quello di Ballard è un film non del tutto riuscito, ci importa pensare, credere, che ci abbia lasciato liberi di penetrare nelle pieghe dell'esistenza, ricordandoci di dover abitare la vita con fedeltà e gratitudine e non come spettatori trasognati.
"Hey, Hey, Hey", tra il 1972 e il 1984, è stato l'intercalare del mitico Fat Albert che oltrepassa lo schermo: è la fantasia che entra e lotta nel reale, l'inganno che ti lascia credere l'irrealizzabile. Come una dolce malattia che ti prende e ti emoziona, scaldando i ricordi con un soffio di beatitudine sconosciuta al "sano" incredulo.
Un baratro che assume la forma di una bara. Il tracciato di morte è in questo "ameno" plongée patibolare che apre e chiude un noir che rispolvera le atmosfere poliziesche seventy e dove un bianco deve aiutare un pusher nero perché i "fratelli" non sono più tali, mentre nastri rivelatori s'alternano a flashback noiosetti e ad una predicatoria voce-off
L'ennesima occasione per rivisitare la storia dei generi ribaltandone i luoghi comuni, rimescolando le carte, lasciando svanire ogni tipo di originalità per ancorarsi al perfido gioco del superficiale e slabbrato citazionismo.
Dentro "Hotel" regnano aree di serpeggiante inquietudine (ci verrebbe da dire a metà strada tra il Polansky di "Repulsion" e il Lynch di "Strade Perdute") che mettono alle strette i nervi, scuotendo mente e, perché no, stomaco
Film corale, leggero, accattivante, "Cose da fare prima dei 30" raccoglie la sfida - che la contemporaneità cinematografica sembra continuamente rinnovare - dei 'venti-e-qualcosa': un arco temporale tra i più densi e movimentati, difficile da raccontare senza scadere in derive morali o di sociopsicologia spicciola.
Da una grande tavola ad una piccola tavola, ma sempre a tavoletta... Un teen-movie adulto immerso nello sbucciante genere sportivo dello skateboard, ruvido come l'asfalto e smaltato come i fondi delle piscine californiane. È una dissoluzione che porta all'assoluzione per riuscita rivoluzione quella del magnifico trio ibrido Peralta-Alva-Adams.
Quello di Kounen è un cinema che non lascia respirare gli spazi aperti del paesaggio messicano e non apre squarci emorragici nell'animo e sulle immagini, e in cui l'esistenza dello sceriffo, ombroso e solitario del titolo, falsamente genuflesso nel penitenziale ricordo del proprio passato, è affidata al fuoco di un memoriale che non brucia.
Altalenante nel raccontare un passato nascosto nei silenzi dei personaggi e costretto a forza a rimanere nelle pieghe della sceneggiatura, la Auerbach distende un presente lineare, a tratti divertente, sovraccarico però di musiche, e virato stilisticamente ad un automatismo dei sentimenti a volte troppo denso
Il film mette in scena una condizione esistenziale decisamente atipica rispetto a tanti film sullo stesso argomento: non riguarda l'orrore, la paura, l'atrocità di ogni conflitto, bensì l'assoluta perdita di significato dell'essere militari in tempo di pace.
La parola, che è volontà, pensiero, progetto e astrazione, potrebbe bastare da sola a realizzare un impero, e di fatto è così, almeno per la macchina da presa di De Oliveira che, in pochi dettagli, costruisce attorno al primo piano insistente del "suo" re Sebastiano un mondo articolato, fatto di ombre, di sguardi nascosti e di luce accecante.
Tutto è distrutto tranne una piccola gemma su un ramo secco, primissimo piano, la voce fuoricampo, come un Coro, dice che il futuro è l'uomo, che se l'uomo resiste con quello che lui è, la vita, la gemma che insiste, non ci sarà alieno, male, da temere.
Romero sembra come appagato dal girare stesso e immerge lo scenario del quarto capitolo della saga in una notte carpenteriana, che avvolge la Terra in una patina di morbido classicismo. Riuscendo miracolosamente a non scadere nella retorica, pur praticandola.
"La porta delle sette stelle" vive nelle scatole cinesi di una scoperta sempre rinviata, serrata tra le maglie di una sovrimpressione accecante che cortocircuita il passato nel presente producendo corpi e illusioni, storie e affabulazioni quasi mitiche.
Già dal titolo ci sono i segni di un film di un desiderio. Un desiderio im/possibile ma riproponibile attraverso le immagini d'archivio, quindi attraverso il cinema in un documentario che brucia di passione e di dolore e dove la cineasta si è messa totalmente in gioco.
Il film di Tommy O'Haver non ha la "concretezza" evasiva di un orizzonte illimitato, esposto alla trascendenza di un "altrove" mai visto e immaginato (solo) nei viaggi della mente "au pays de l'imaginaire".
In un crescendo in/verosimile di ricatti, violenze ed inganni, non bastano pochi elementi di thriller a contaminare un'orgia visivo-sonora utile al consumarsi di una vendetta vissuta come ineluttabile.
Una "febbre da cavallo" targata Usa drammatica e azzoppata, quella di Vitale. La sua opera non è né vincente né piazzata, una scommessa (come ogni film) che si perde dopo pochi "colpi di zoccolo" sul terreno pellicolare, anche grazie a umorismi involontari come un risibile Palminteri strozzino con fordiana benda nera sull'occhio.
La qualità più importante di questo horror è che che vi si riporta alla ribalta l'ormai dimenticata supremazia del non-mostrato, sotto il segno di un uomo nero nella sua accezione più pura: presenza onirica che si annida dietro la porta di un armadio a muro o dietro un angolo che la mdp (ri)disegna con un ampiezza ben maggiore dei suoi reali 90°.
Sulle tracce lasciate dai kurdi Nizamettin Ariç e Hiner Saleem, lo sguardo del regista israeliano non completa il giro, non è pronto a porre fine all'inganno: dinanzi alle sbarre si blocca, si fa rettilineo, crea una linea immaginaria che prende direzioni opposte, lasciando un solco tra la realtà sensibile e quella intelligibile del comando.
Doveva essere il ritorno alla regia per Alberto Lattuada. Il soggetto del film era suo, ma le condizioni di salute non gli hanno permesso neanche di cominciare il lavoro, passando il testimone ad Arcangelo Bonaccorso, all'esordio come autore, ma in passato aiuto di Sergio Leone e dello lo stesso grande e compianto maestro.
Quella del film è una grande semplicità di narrazione catturata in una scorrevolezza semplice ed efficace. Molti i primi piani, molto il silenzio che scorre tra i dialoghi, sempre in bilico tra dramma e commedia, nostalgia e speranza.
Tra cinema vagamente "Dogma" e sfumatamente indipendente. Non traspare però alcun bisogno di do(g)mare il cinema nel tetro di traiettorie geometriche che s'incrociano. Il regista, al suo esordio, prova almeno a graffiare quei muri nascosti dal buio della coscienza messa in scena, baratro del modellato.
È un paese difficile da amare l'America cinica, perdente e smarrita raccontata da Spielberg - i tempi di Amistad e Il colore viola sono davvero lontani... -, questa land of the dead dove si uccide per un'auto e si finisce per attraversare paesaggi simili agli scenari sottoproletari fotografati da Clint Eastwood in "Million Dollar Baby".
Da sempre alla ricerca di una formula produttiva in grado di accontentare un pubblico internazionale, Law Chi Leung riesce infine a trovare la via dell'esportazione. Peccato lo faccia con un prodotto in apparenza durissimo, in realtà profondamente glamour nelle sue luccicanti estetizzazioni.
Divertente horror grottesco di provenienza australiana, tenuto in caldo fin dal 2003, data originale d'uscita I fratelli Spierig, in completa autarchia, si divertono ad assemblare un omaggio sentito al genere morti viventi, con tante citazioni e un finale a sorpresa.
Un film originale, ingiustamente penalizzato dal divieto ai minori che lo ha condannato alla quasi totale invisibilità, che si affranca dalle consuetudini della cinematografia nazionale e sfrutta con intelligente bravura le enormi potenzialità del mezzo cinematografico.
"Dogtown and Z-Boys" indulge spesso nel ricordo nostalgico di un'epoca irripetibile, ma lo fa con garbo e ironia e senza eccedere nell'autocelebrazione, tentando invece di raccontare nel modo più obiettivo possibile quella che fu una vera e propria rivoluzione.
Sembra ancora di essere in quel continuum filmico che è il mondo, il tempo, il flusso catodico spezzato o da spezzare. Si sopravvive all'impossibilità e insieme alla pulsione irrefrenabile di creare una breccia nello sguardo che ci sovrasta per sostituirvisi. Facendoci noi stessi scrittura di morte.
Un cinema certamente sincero, autenticamente rabbioso quello di Calvagna che richiama i polizieschi italiani degli anni Settanta, ma ancora troppo poco asciutto sia narrativamente sia visivamente, dove la recitazione degli attori (tranne il caso di un ammirevole e controllato Flavio Bucci nel ruolo di un bidello) è spesso sotto il livello di guardia.
Fin troppo scrupoloso ricreare l'America degli anni '40, addirittura pedante negli effetti ed atmosfere d'epoca, il film si scalfisce quando la perfezione della confezione formale implode nell'entropia di un melò senza respiro che trova la sua forza proprio nel suo essere decisamente "fuori-tempo" rispetto al cinema hollywoodiano contemporaneo.
Cinema ambizioso ma freddo che ambisce quasi a filmare il "tragico" proprio dell'opera di Giuseppe Verdi. Uno stile sperimentale nell'utilizzo dello spazio che contrasta con la propensione narrativa alla scena madre senza però sfociare mai nel melodramma, segno di una scrittura ingombrante che lascia il film senza respiro
Saved! è un film mancante di una "concreta" presenza, e annegante nel disamore di corpi che non mostrano mai la volontà di essere oltre la finitezza dell'esistente.
Realizzato nel 1997 e tratto da un romanzo di Barry Gifford, quest'opera nella carriera del cineasta spagnolo appare ancora informe, senza la cattiveria autentica dei suoi ultimi film e, al tempo stesso piuttosto meccanico nel modo in cui filma paesaggi, figure, situazioni apparenenti al cinema statunitense
Vivere, rielaborando il lutto della vita: Wang non concepisce quadri idilliaci, quadretti di famiglia con tutte le cose al punto giusto, ma insiste su meravigliosi corpi in cerca di un'immagine del proprio passato, o al massimo di una piccolissima tessera del puzzle che riscatti uno sbaglio fatto, una presenza amata, un corpo dimenticato.
"Sulla mia pelle" è tutta una questione di soglie, di valichi, di confini. Jalongo fa vibrare ogni chiusura, allargandole a dismisura, squarciando l'impermeabilità del dentro con l'ossigeno proveniente dal fuori.
"La mia vita a Garden State" è un acquario dolente e bizzarro di vite, corpi, e stranezze varie, un luogo dove ci si può anche perdere, smarrendosi tra i tornanti di un cammino che non prevede orizzonti, ma al massimo punti di approdo temporanei.
Classica commedia adolescenziale Disney, sulle orme di "Flashdance" o "Ragazze nel Pallone", con l'aggiunta di alcuni tratti distintivi che sfociano nel fiabesco. La fisica del pattinaggio artistico: pista di confinamento in cui più veloce è l'agitazione del corpo, anche se questo cinema si limita a generare la sensazione del coinvolgimento.
Molteni è interessato più al meccanismo in sé che alla logica pura e semplice. Ciò che conta è la rincorsa vaghissimamente lynchiana tra strutture e linguaggi basic dei generi, dal thriller al serial tv, dal soft-core in salsa web al fumetto animato.
Un'opera di una ricchezza sorprendente e assoluta, forse la migliore assieme a "Bad Guy" e "Ferro 3" in cui sembra essersi condensato il cinema del cineasta coreano. Pellicola astratta ma anche melodramma acceso, mutevole nella variazione delle luci e del paesaggio. Vincitore dell'Orso d'argento per la miglior regia a Berlino 2004
Ancora un cinema sfuggente quello di Pawlikowski dopo "Last Resort": due mancanze, due giovani anime, due metà della stessa mela... Momenti alla "Jules et Jim" femminini dove il terzo angolo non "collabora" come Jeanne Moreau, improvvise irruzioni di inquadrature forti, macchina a mano in puro "stile sundance" e una fotografia di pastose luccicanze.
Più che un film sulle origini di un super eroe "Batman Begins" è la rappresentazione di una passione, di un desiderio oscuro che muta al calore di un corpo che altera i suoi stati organici, prima indossando e poi gettando una maschera scomoda ma necessaria
A differenza delle ultime opere dell'attore americano penalizzate da una terribile mancanza di cuore, "Out of Reach" traccia momenti assolutamente suggestivi, trascinandoci in un cinema dove a risaltare è proprio il volto, il corpo, le fisionomie emotive dei personaggi in campo.
Trasposizione dell'omonima pièce teatrale dello stesso Luciano Melchionna, al debutto sul grande schermo. Cinema che urla la propria rabbia, senza seguire alcuna direzione, assai lontano dalla sottrazione visiva e narrativa. Creatività vuota, come la scatola dei nuovi autori, piena di "conigli" sensibili al richiamo "pseudo-progressista".
Filmare la sospensione, la muta e lenta maturazione di un pensiero. Sfida di cui non rimangono che le tracce, la testimonianza di un film perduto, un film che si trasforma in un altro film, in un altro progetto, anch'esso, a suo modo, sospeso. Questa la condizione di "Silenzio tra due pensieri", ultima tappa di un cinema ibrido e "sospeso".
Tutto lascia trasparire un senso di posticcio, inerte, polveroso. Facce, costumi, scenografie, battute sapide. Perfetto prototipo europeo di cinema pomeridiano per matusa nostalgici del cinema di papà. E' se Szàbo fosse un genio?
Quando il film si allontana da quel cinema di parola, troppo teso e distante perché volto ad analizzare le forme di una burocrazia corrotta, acquista un attraente movimento ritmico composto da suoni, rumori, voci, luci ed entra con sincerità in una dimensione intima dove l'aspirazione, la frustrazione, la gioia, il dolore, sono autentici
Torna sul grande schermo Nia Vardalos, ex sposa sovrappeso in conflitto tra hamburger e souvlaki. Come ne "Il mio grosso grasso matrimonio greco" la sceneggiatura - sospesa tra "correct" ed "uncorrect" - è sua, e non porta niente di nuovo: fare il travestito, specie per una donna, è faticoso. Ma le gag fanno ridere.
Aspettando "Fantastic Four", il regista Tim Story gira il remake di Luc Besson (qui tra i produttori del film), "Taxxi". Commedia d'azione, che sembra conformarsi al genere "buddy-buddy" per poi scompaginare e invertire i ruoli. Spasso e movimento non perdono il contatto con corpi e rottami lasciati al passaggio.
Tra la commedia romantica e la ripresa di certi schemi della commedia sportiva, l'opera di Loncraine vive di continui alti e bassi, lavorando sul ritmo e sulla precisione del racconto, ma lasciando quasi sempre in secondo piano l'aspetto più emotivo, quello che si aspetta con pazienza, lo strappo insomma che però non arriva mai.
Non è cinema politicamente scorretto, se non nell'accezione di scarsa aderenza ai canoni produttivi e distributivi del nostro paese, di mancata riverenza all'estetica dominante e "conciliante". Di questo cinema resta, però, ora incantevole malizia e ironica grazia, ora l'indugiare su una rappresentazione greve e calcata.
Squarci sperimentale in un'opera anche anomala nel modo in cui oltrepassa le barriere del documentario. Peccato che il regista italiano non abbia avuto il coraggio di lasciare in secondo piano la storia e abbia riempito il film di troppi segni ridondanti assommati a quell'atmosfere sulla crisi di coppia troppe volte viste nel nostro cinema
Avvalendosi di una regia energica e di una recitazione equilibrata, il film colpisce in modo epidermico, mostrando efficacemente tutte le violenze subite dal personaggio principale.
Quella di Besson è una fiamma di calore che travolge i sensi, trasformando la scrittura in atmosfera, la penna in sguardo nervoso e malinconico, lo sguardo in occhi, bocche, passato e presente, come in un turbine di vento agitato da muscoli e anima
Tratto dal romanzo di Prosper Merimèe, il film di Aranda colpisce per l'intensità di alcune scene, per la corposità di una fotografia suadente che rende fluidi sia gli ambienti che i corpi degli attori.
Vaughn "spaccia" con mestiere la propria mercanzia: un uso assai calibrato di dissolvenze incrociate di materica efficacia e un'altrettanto balistico utilizzo dello zoom, con qualche controcampo negato come nei vecchi, solidi gangster-movie di una volta, senza dimenticare un cast azzeccato. Peccato solo per il finale citazionista...
Opera prima del cineasta marocchino, presentato alla "Semaine de la Critique" a Cannes 2004, che appare eccessivamente descrittivo nell'accumulo dei dettagli nelle sequenze ambientate a Casablanca e invece mostra la parte migliore quando supera le forme del realismo come nel riuscito finale in cui l'isolamento appare come condizione definitiva
Biopic sportivo e cinema didattico, dalla sceneggiatura robusta ed efficace visivamente soprattutto nelle scene dellle partite di basket. Eppure alla fine il film appare troppo impermeabile nel suo drastico realismo tanto da tenere a distanza il carattere leggendario, mitico, dell'impresa. E probabilmente questo è un limite.
Il cinema di Citti brucia nei raccordi falliti tra un blocco e l'altro, divampando nelle flebili giunture di un organismo primordiale e accendendo bagliori nuovi, fiamme e forme insinuanti nella loro formidabile semplicità.
Seguendo la moda dei documentari-proclama in voga si ricerca una soggettività esasperata dove la manipolazione di dichiarazioni, musiche e ritmi di montaggio porta lo spettatore ad una tesi precostituita, che sia condivisibile o meno poco importa, e a processi pavloviani di simpatia/repulsione.
La commedia di Russell è una pellicola di impressionante rigidità, un gioco filmico dove ogni mossa è rigorosamente programmata e studiata in fase di scrittura: oltre il pesante volume delle parole non sembra esserci più nulla in queste inquadrature.
La suggestiva cornice di un fatiscente ospedale, l'alone di mistero e repulsione che aleggia attorno ai suoi pochi malati e agli svogliati inservienti, tutti vittime di un tremendo virus e di demoniache presenze, fanno di questo film un buon esempio di thriller giapponese.
Un film costruito su misura per Isabella Ferrari, attorno al suo corpo e al suo sguardo. Una macchina di lusso che però spesso e volentieri si inceppa, mostrando tutti i difetti di una costruzione narrativa confusa e di una regia approssimativa.
Divertissemént personale del regista/sceneggiatore, o vero thriller? Per decidere, in un senso o nell'altro, bisogna basarsi sull'impatto fisico di Philippe Nahon, sulla bravura di Cecile De France e sulla mazza spinata che entra prepotentemente in campo verso la fine del film. Tutto il resto sguazza in una pioggia di sangue.
Quelli filmati da Bacon sono corpi che non respirano mai autonomamente, ma che appaiono sempre come surrogati senza vita di un cinema inerte, quasi imbalsamato nel suo sorvolare su spazi e luoghi finti, di cartapesta.
Akira e Astro Boy invertono la marcia del viaggio rimescolandosi nella viscosità dell'olio lubrificante ingranaggi, confondendosi nelle polveri del calore umido del vapore e sfregandosi alla ruvidità del ferro arrugginito. Trionfo della macchina novecentesca e dell'analogico dentro un corpo digitale: illusoria percezione della trasparenza.
Dopo "La nobildonna e il duca" un altro film in costume per il maestro francese, alle prese con quella che potrebbe essere una nuova serie. Ispirato a un fatto realmente accaduto nella Parigi del 1936, un giallo spionistico su un ex ufficiale dell'armata bianca russa che fa il triplo gioco tra sovietici, nazisti e i suoi ex commilitoni in esilio...
Il dramma di un cucciolo che viene rifiutato dalla mamma: potrebbe essere Disney, ma è un singolare “documelodramma” raccontato su una lacrima e ambientato tra i mongoli nomadi del deserto del Gobi. Il saggio di diploma di due studenti della Scuola di Cinema di Monaco, approdato alla Notte degli Oscar nella categoria Miglior Documentario
Tratto dal romanzo tendenzialmente autobiografico di Scott Heim, Araki lavora sulla sensibilità interrotta dei suoi due giovani protagonisti dando ancora spazio alla poesia indelicata e clamorosa propria del suo ideale estetico
Un tempo c'era "Fame" col suo trascinante ottimismo da american-dream pronto a tuffarsi nel fagocitante vuoto degli Ottanta. Da "Saranno" a "Diventeranno" famosi c'è solo un verbo che differisce ma così tanta strada che li separa... strano oggetto in cui fluttuano silenzi quasi stranianti e sibilano parole dure in mezzo a cliché giovanilisti usa e getta.
Pur non raggiungendo l'intensità di "King of Comedy", il folle, nostalgico Chow architetta una commedia di arti marziali dal retrogusto amaro, che coniuga l'amore per le citazioni al rigore della passione. Con pochi compromessi e una rinnovata consapevolezza.
Come il fumetto, così il film: profondo dark con macchie di rosso sangue... L'estetica digitale produce un prototipo bello e impossibile, che traduce in cinema la celebre graphic novel e trova nel cast stellare le sagome di riferimento della mitologia milleriana della città del vizio e del peccato...
Quello di "White Noise" è un mondo chiuso che non va al di là dei suoi riferimenti, dei modelli e delle allusioni che non sono altro che evocazioni di altri film, di altre immagini già viste e già passate. La condanna del cinema è il clichè, come molti hanno già riconosciuto; e di clichè è formato il tessuto stesso delle immagini del film.
Opera in due tempi e a due marce, quella dell'attesa e quella dell'avvampamento, che riesce ad ingranare a tratti "la terza" orrorifica ma anche quella gustosamente sadica di veder trafitto a morte, seppur solo fictionalmente, quel pastiche trash mass-mediatico che va sotto il nome della viziata (e viziosa) ereditiera Paris Hilton.
A metà tra fiction e dossier, girato in HD con assoluta sobrietà in una Roma sinistra fatta di tetri quartieri periferici e malavita. Scritto tenendo alla destra gli atti originali della procura, è un lavoro senza infamia nè lode che assurge al realismo nella misura in cui vorrebbe dissimulare l'impegno civile.
Si ha il sospetto che la struttura formale tiene a freno un film che invece potrebbe lasciar esplodere il dolore come se la Faucher abbia un certo timore di perdere il controllo. Eppure "Le ricamatrici", quando esce fuori le traiettorie di quei compositi quadretti formali, si avvicina in maniera più spontanea alle due protagoniste
Mordente commedia in costume ambientata nella Londra seicentesca, pomposo apologo sul teatro e sulla condizione femminile in un periodo in cui erano gli uomini a calcare le scene anche in gonne e parrucche. Un film riuscito che però si concede troppe pause e monologhi; produce Robert De Niro.
Gabriele Salvatores gira tutto in HD, a Bologna, senza mai alzare la macchina oltre i portici, oltre gli archi, restando molto vicino ai corpi, squarciando lo spazio o proiettandolo sempre più in basso, ad una distanza che presume umiltà, abbassamento, condivisione, accettazione, disponibilità, che scorpora ogni possibile connotazione storica.
Film ancora sulla morte (quella del compagno di Emily, quella imminente della nonna del ragazzino), tra interni asettici come Demonlover ed esterni in cui il caos, i suoni della strada hanno un respiro post-Nouvelle Vague e che cattura suoni, rumori, colori con un magnetismo aggressivo e libero
Un'opera prima che sorprende per la delicatezza con cui racconta il rapporto tra genitori e figli visto da una prospettiva insolita e originale e che mette in evidenza l'importanza della paternità al di là dei legami di sangue.
Cartoon del nord Europa sul quale spira un dolce e caldo alito di vento, che accarezza morbide forme e carezzevoli cromatismi pastello lontani parecchi colpi di pennello (e di mouse) dall'animazione disneyana, spielberghiana, pixariana e del Sol Levante.
Il film di Genovese e Miniero, a tratti troppo verboso e ilare, rimanda per certi versi al cinema di Pupi Avati, e non solo per la presenza di Delle Piane ma soprattutto per tematica dell'infelicità legata al successo, al mancato talento, che caratterizza alcuni film del cineasta bolognese come, per esempio, "Impiegati"
Il mondo di Team America non richiede analisi, commento, distanza critica: bisogna affogarci dentro, rimestare nel travaglio schizofrenico di un'immagine sezionata in più parti e sprofondare in un vero e proprio delirio cosmico.
Fantascienza che non sa di fantascienza e thriller che non sa di thriller. L’opera prima del ventottenne libanese, pur immersa nella sempre potente luce di Fujimoto, non ingrana mai, ci depista con specchietti per le allodole e costringe Williams a farsi malamente il verso generando rimpianto per le sue performance passate.
Non è il conflitto interminabile che Gitai scandaglia, ma il campo ristretto che non cede neanche più un centimetro di libertà: arabi e israeliani occupano gli spazi e allo spettatore non resta che sbirciare fugacemente.
Al suo secondo lungometraggio l'autore si muove sul terreno a lui più congeniale: quello del "docu-fiction". Il circuito segnato però non è di condensazione tra fittizio e reale, ma più che altro di sovrapposizione.
È un cinema che lascia atterriti e immobili quello di Giordana, per come calpesta i sentimenti, quelli veri, che ha la pretesa di essere anche visionario e che cerca subito una facile immedesimazione attraverso l'uso delle musiche e squarci da Neorealismo esibito, ma dal quale si vuole fuggire lontano per non incontrarlo possibilmente mai più.
Gus Van Sant, con "Last days", ci costringe a poggiare i piedi a terra, ad essere nudi, completamente esposti alla nuda, umida terra, alla prensilità dell'humus originario, da cui raccogliere i frutti del proprio esistere e a cui affidare la propria esistenza.
Opera abissale, funerea e passionale dove i colori dominanti sono il rosso e il nero e in cui il cinema di Lucas si reinvesta straordinariamente ancora una volta andando oltre i limiti del genere fantastico, sospesa tra l'antichità preistorica e il futuro più lontano, la più bella, la più imprevedibile della trilogia.
I due registi firmano una commedia dai ritmi sostenuti e dallo svolgimento pregnante, dove ogni situazione e battuta rivela paranoie latenti e nevrosi manifeste.
Modigliani appare come un uomo vizioso e immaturo, preda più delle sue personali ossessioni che dell'infatuazione per l'arte, costantemente in bilico tra l'ammirazione per la propria donna, gli eccessi del vino e delle droghe e l'amicizia-rivalità con Pablo Picasso.
La solitudine di un Lui e di una Lei i cui destini si sfiorano, si intrecciano, si avvicinano e si allontanano in una serie di combinazioni casuali in cui la memoria fa i conti con il destino in un clima malinconico, ma non greve.
Nichi Vendola, sovvertendo ogni pronostico sia nelle primarie che alle elezioni regionali, è diventato Presidente della Regione Puglia. A raccontare la sua lunga avventura, a cominciare dalla prima militanza nel PCI e tra la gente d'ogni parte d'Italia, un film-documentario diretto da Giancluca Arcopinto sviluppando un'idea di Alessandro Contessa.
A distanza di cinque anni torna la scanzonata agente federale Gracie Hart, stavolta trasformata in una sexy bambolina con poco cervello e molto glamour. La Bullock insegue una personale visione della commedia, producendo e interpretando un film modesto.
Stereotipìa ed emozioni di cartapesta. Ecco le due pecche che gambizzano il film di Longoni, smarrito in un inusuale (quanto mancato) tentativo di miscelare dramma e thriller.
La cosa straordinaria ed elettrizzante di questo piccolo capolavoro è allora proprio il suo disperdersi continuamente nella dolcezza di uno sguardo incantato, sì, ecco, proprio nel guardare, nella sfrontatezza vitalistica e terminale di uno straziante road movie di fantasmi appesi al filo di un tempo sfasato.
Per raccontare la Storia bisogna catturarne l'essenza, è necessario spostare l'occhio della m.d.p. dentro le viscere dei protagonisti, per poi lasciarla esplodere lentamente in un unico gesto epico e liberatorio. Mostra lo scontro, materializza il desiderio e avrai l'essenza del mondo: è questo il gesto "sacro" e "simbolico" del cinema di Ridley Scott