TORINO 22 - "Silver City", di John Sayles (Americana)
L'opera di Sayles è ancora l'esempio di un cinema capace di allargare gli orizzonti, un cinema di elementi dove il cineasta stavolta padroneggia pienamente il proprio sguardo dentro l'illimitatezza dei luoghi. Pellicola davvero riuscita tra "crime-story" e western in un festival sempre così pieno di orizzonti illimitati

L'acqua come segno di annegamento, come mezzo per sotterrare. Silver City si apre con il ritrovamento di un cadavere e si conclude con l'immagine di numerosi pesci che galleggiano. Dopo Michael Moore in Fahrenheit 9/11 il cinema statunitense continua a specchiarsi politicamente sulle elezioni. Dietro la figura di Dick Pilger (Chris Cooper), il rampollo di una dinastia di politici conservatori in piena campagna elettorale, sembra nascondersi ancora la figura di Bush. Sayles però non cade nella trappola moralizzatrice, ma utilizza le tracce di un cinema politico per espanderlo in una densità visiva in cui il set sembra ogni volta allargarsi, in cui il controcampo apre spazi nuovi. Ancora un cinema oceanico quello di Sayles, che utilizza anche attori famosi in ruoli circoscritti (da Tim Roth a Billy Zane, da Richard Dreyfuss a Daryl Hannah), ma rispetto a certe opere del cineasta dove, nel parallelismo di più vicende convergenti, si aveva un senso di sfuggevolezza irrisolta (Angeli armati ma anche La costa del sole), Silver City possiede un'istintualità che ci lascia invece atttaccati a più vicende intime e professionali; tra queste prevale quella dell'ex-giornalista Danny O'Brien, un ex-giornalista che ora lavora per una società investigativa che si trova coinvolto in un complicato intrigo di potere, profitti illeciti e corruzione. Ecco che allora gli spostamenti del detective aprono a quel "melting pot" proprio del cinema di Sayles, che traforma un apparente "gioco di potere" in una sotterranea crime-story dove compaiono abbaglianti "femme fatales" - il personaggio di Daryl Hannah, complice-traditore del protagonista - ma in cui le tonalità oscure vengono sostituite da quel misto di grigio e giallo dove i paesaggi è come se conservassero i residui del western (come in Stella solitaria). Silver City è ancora l'esempio di un cinema capace di allargare gli orizzonti, un cinema di elementi dove Sayles però stavolta padroneggia pienamente il proprio sguardo dentro l'illimitatezza dei luoghi. L'acqua, come in Il segreto dell'isola di Roan e Limbo non circonda più e non isola i personaggi ma li sommerge progressivamente. Ecco perché Silver City mostra certi meccanismi di corruzione ma non li analizza narrativamente ma lascia vedere soprattutto i suoi effetti. Come però spesso accade nel cinema di Sayles, non sembra esserci una soluzione. E stavolta questa incompiutezza è davvero necessaria.
Il film è stato presentato nella sezione "Americana" che conferma la sua ricchezza di orizzonti in un festival capace di allargare a 360° il proprio sguardo sul cinema nel mondo. Sempre in bilico tra passato e futuro.
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