TORINO 22 - "Slasher", di John Landis
"Slasher, slasher, slasher!" Il grido di battaglia del paradigmatico guerriero del consumismo echeggia nel piazzale addobbato a festa per i clienti. Anche l'ultimo film di Landis è un cinema urlato, esagitato, adrenalinico come un entusiasta saggio di fine corso alla scuola di cinema che fatica a rimanere confinato entro i bordi dell'inquadratura

"Slasher, slasher, slasher!" Il grido di battaglia del paradigmatico guerriero del consumismo echeggia nel piazzale addobbato a festa per i clienti. Anche l'ultimo lungo di Landis è un cinema urlato, esagitato, adrenalinico come un entusiasta saggio di fine corso alla scuola di cinema, che fatica a rimanere confinato entro i bordi dell'inquadratura nel quale tentano di circoscriverlo gli operatori. Uno spaccato social-politico che irrita/survolta gli occhi come i colori fosforescenti con cui sono dipinti a pennarello gli originali titoli di testa sui parabrezza delle macchina usate, ripresi violentemente come se l'occhio-verità delle mdp minidv volesse rivelare la fatuità di quegli svolazzi che assumono la forma di prezzi, tracciati sul vetro per attirare la clientela. Slasher è "l'abbattitore dei prezzi" protagonista del documentario landisiano, eroe come c'illude/s'illude d'essere e "loser" al pari dei clienti, drogati dall'illusione di poter acquistare una macchina che riesca a coprire un percorso maggiore di quello concessionaria-casa per miseri 88 dollari. L'idea di mostrare la vita di questi venditori/imbonitori/one-man-show è scaturita nelle mente vulcanica di Landis alla festa di compleanno di un produttore losangelino, ex-slasher. L'oltraggiosità e la comicità degli aneddoti raccontati lo ha solleticato e la svendita della guerra in Iraq rifilata da Bush agli States ha fornito la spinta necessaria, bloccata dai costi eccessivi per acquistare le immagini dei tg. Invece, ex abrupto, sbuca Michael Bennett, "cavaliere senza macchia e senza paura" della slasher-life, padre e marito amorevole ma matto come un cavallo dopato, incapace di tenere a bada lingua e corpo in un flusso continuo di energia nevrotica e trascinante. Funambolico illusionista circense della "misdirection" (dirottamento dell'attenzione) come Donal Rumsfeld, Colin Powell e lo stesso Bush, che azzarda nel film un'impresa degna di Artù assieme ai suoi fedeli cavalieri dalle taglie forti, un dj e un assistente-finalizzatore dei contratti di vendita: riuscire a risollevare un rivenditore di auto usate in crisi in quel di Memphis, buco nero del sogno americano, area depressa per eccellenza col fiato sul collo della bancarotta a rendere l'aria irrespirabile. E se il tono dell'impresa sembra epico è solo perché Bennett (s)vende anche a noi tanto fumo negli occhi da seppellire una città. La cavalleria non è di casa in questa lotta all'ultimo sangue per spegnere il cervello della gente, distratta da volantini, palloncini, "ricchi premi e cotillon" in questa fiera campionaria di cartapesta che guarda col sorriso sboccato a Fellini. Pur perdendo per strada qualche colpo del ritmo sincopato e sostenuto nella seconda metà, Landis dissemina il suo stile effervescente e sgraziamente aggraziato nel descrivere la vecchia America (l'esilarante scena della capra ubriacona è un suo marchio di fabbrica), spersa nei suoi miraggi consumistici e trova in questo implacabile samurai del commercio ma anche uomo pieno di debolezze come tutti che è Bennett uno sfuggente, melanconico simbolo (negativo o positivo, poco importa) dell'America di ieri, di oggi e forse di domani. Tutto sulle note di grandi classici blues e rock della Stax Records, da Sam Cooke a Otis Redding... e oltre.
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