TORINO 22 - Perifrasi dell'esistere
In Concorso "Undertow" dell'americano David Gordon Green, "Make My Day" della tedesca Henrike Goetz, "Butterflies Are Just A Step Behind" dell'iraniano M. E. Moaiery e "The Cat Leaves Home" della giapponese Nami Iguchi

TORINO - Formule alternative, cinema in cerca d'un altro immaginario possibile, perifrasi dell'esistere fuori/dentro il mondo... Il Concorso internazionale del 22.mo Torino Film Festival tiene fede al suo mandato di ricerca nei territori del "cinema giovane" (opere prime/seconde, terze al massimo...) con l'intelligenza di chi conosce le strade a venire, gli sguardi diversificati, i significati differenti (e non confluenti). Film che dividono le opinioni - com'è giusto che sia, trattandosi di segni forti e non omologati, territori d'indagine espressiva nei quali è possibile perdersi o trovarsi: fortunatamente le scelte del Concorso torinese non sono mai accomodanti e sanno prendersi la responsabilità di giungere a una conclusione da definire nel futuro di autori spiazzanti. Ma anche film che uniscono l'idea di uno sguardo strabico e possibile, dove il rigore è coniugato con l'istinto e i filtri estetici a volte virano le tonalità indagative, altre volte ammorbidiscono i contrasti...
Undertow, per esempio, l'opera terza dell'americano David Gordon Green, già vincitore a Torino con George Washington e poi presente anche col successivo All The Real Girls: nome dal futuro assicurato, ovviamente, che questa volta si fa produrre da Terrence Malick una fiaba dark che è qualcosa a metà tra un ripensamento di La morte corre sul fiume di Charles Laughton e una riscrittura della Rabbia giovane. Le pulsioni oscure dell'adolescenza finita nel buco nero di un sud degli States che sembra un graffito letterario, l'asincrono sovrapporti di due coppie di fratelli su cui si avvita un dramma familiare grondante sangue e avidità: due ragazzi crescono col padre in una casa cadente ai confini del mondo, un passato oscuro che si palesa con l'arrivo dello zio, uscito di prigione con la rabbia di un conflitto col fratello infine ritrovato, covato all'ombra del comune amore per la stessa donna (la madre dei due ragazzi) e del possesso di alcune antiche monete messicane lasciate in eredità dal padre. Furore e innocenza messi in scena da David Gordon Green con una torrida torsione fabulistica dalle risonanze letterarie sudiste, in una performance dei caratteri e dei set che fa implodere i gesti e gli eventi in un testo splendidamente sovrastrutturato: la fuga dei due ragazzi diviene un salto nel vuoto della loro anima, lo zio assassino li insegue bramoso del tesoro che hanno messo in salvo, mentre il paesaggio si popola di luoghi e figure che sembrano affreschi letterari a senso pieno, saturi di un manifesto potere evocativo. Il mondo adulto si struttura come un altrove lontano dal sentimento magmatico della realtà che appartiene ai due ragazzi in fuga, e tutto acquisisce un valore aggiunto in cui lirismo, calligrafia, estraniazione ironica fanno la loro parte... Detto per inciso, il protagonista è Jamie Bell, ex Billie Elliot in trasferta dall'Inghilterra proletaria agli Stati Uniti della più rurale e sfatta Georgia.
Trasferte, disfatte e dispersioni sono i movimenti sui quali si illanguidisce Make My Day, portato in concorso a Torino dalla tedesca Henrike Goetz: ne è protagonista una ragazza coreana che vive in una Germania apolide, in bilico tra la famiglia d'origine (un'anziana madre cattolica, un fratello maestro di karate), un amore finito e un bambino in arrivo... La storia con un francese fascinoso e falso, che sparisce dall'oggi al domani, la spinge a Parigi, dove va incontro alla disillusione, vaga senza casa tra le ombre della ville bohème, incontra un artista in sospensione esistenzialista (Lou Castel) e conosce un solare ragazzo americano, che il caso le farà ritrovare al suo rientro a Berlino, mettendola sulla strada di una semplice felicità. Già sceneggiatrice dell'interessante Bungalow di Ulrich Köhler, Henrike Goetz pratica il tema dello sradicamento esistenziale con una lieve tristezza che rende disponibile alla docilità di un'umanità in transito sulle proprie emozioni. Il set diviene riflesso di una condizione interiore e si disperde tra interni/esterni che si confondono a vicenda, disabitando i luoghi in cui passa la protagonista. La fotografia digitale gonfiata in 35mm si offre alle sgranature di luce e colori e il gioco tra i personaggi trova la dimensione di un languido perdersi e trovarsi.
Ma la vera sorpresa di questo concorso è l'iraniano Butterflies Are Just A Step Behind ("Parvane-ha-badraghe-mikonand") dell'esordiente M. E. Moaiery, traccia assolutamente indipendente e fuori quota rispetto all'ufficialità di questa cinematografia: l'alluvione che ha travolto il nord del paese ha portato via con se l'anima della piccola Nada, rimasta sola e senza genitori e raccolta da un ragazzo che, di fronte al rifiuto di sua madre di accoglierla in casa, decide di portarla con sé in un viaggio verso il sogno della felicità. Una leggenda dice infatti che se si riesce a contare settemila aironi i propri desideri si avverano, e allora il ragazzo si mette in viaggio verso un lago dove gli alati uccelli fanno sosta nelle loro migrazioni, dando occasione al giovane autore di raccontare una storia in cui la depressione della triste bambina diviene l'emblema di una ricerca impossibile eppure necessaria. Moaiery ha una relazione istintuale con le immagini e filma seguendo torsioni dello sguardo e del senso assolutamente sorprendenti: la miserrima fotografia digitale sgrana una visionaria attitudine a spiazzare gli elementi della messa in scena e il film si anima di personaggi svagati e irreali, paesaggi in cui fango e luce si inseguono, attese impossibili... Apre a improvvisi inserti cartoon (quando in ospedale il protagonista cerca di rallegrare la bambina facendo la parodia di Charlot, il film performa un cartooning stilizzato), segue l'ossessione per una scultura abbozzata nella creta per ingannare la fortuna e inventarsi tanti aironi di fango per raggiungere quota settemila, cerca nel paesaggio fiammeggianti squarci di sereno...
La semplicità si offre invece come cifra stilistica del giapponese Inu neko (The Cat Leaves Home) di Nami Iguchi. La regista gioca sul tema dell'identità in sovrimpressione di due amiche d'infanzia che condividono la vita e abitano la casa di una ragazza partita per insegnare in Cina. L'opposizione dei loro caratteri e umori (una semplice e solare, l'altra contorta e introversa) sviluppa una complemetraietà che si riflette negli innamoramenti in sovrapposizione che segnano la loro vita sentimentale, ma alla regista interessa cogliere in senso orizzontale il rapporto tra le figure e gli spazi, offrendosi a uno sguardo che rende tutto limpido e immediato, ma anche profondo e vivace. Movimenti lenti e profondi, come quelli della gatta che va per tetti in cerca della sua libertà: Ozu alle spalle, abitando gli schemi espressivi e narrativi del migliore nuovo cinema giapponese, versante esistenziale...
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