Epilogo

Andata e Ritorno sul tema del Piacere. E' piacevole scrivere di Piacere? E' edonismo al quadrato il nostro? Ma di che cosa abbiamo veramente parlato parlando di Piacere?

di Alessandra Pelloni

Tom: People go the movies instead of moving.
(Tennesse Williams, "The Glass Menagerie", 1945)

Scrivere di Piacere: è un dire sì al nostro tempo irrimediabilmente secolarizzato, che vede nell'edonismo una sorta di morale unica, con il complemento antitetico polare dei ritorni di fondamentalismo religioso?

O invece il cinema stesso è essenzialmente più adatto a produrre sensazioni che senso? La sua storia non sarebbe allora che una progressiva presa di coscienza del fatto che lo spettatore non vibra tanto agli avvenimenti narrati quanto alle variazioni di ritmo, di intensità e di colore delle immagini e dei suoni.

Forse le due ipotesi sono entrambe vere e si rafforzano a vicenda.

Il cinema si nutre dell'edonismo della società che lo esprime ma insieme, in quanto luogo primario per la costruzione dell'identità dello spettatore non solo come tale ma più in generale come individuo, è un vettore potente di edonizzazione della nostra sensibilità.

In realtà nel leggere i vari pezzi dello speciale sul piacere al cinema e del cinema mi sembra evidente che la parola "piacere" è spessa usata ad intendere qualcosa di molto più complesso di un'esperienza dei sensi. Talvolta la parola è addirittura negata nell'accostamento al suo contrario: piacere della perdita, piacere del dolore.

Anche quando non si arriva all'ossimoro, tema centrale è il piacere dell'identificazione, insomma più che di edonismo si tratta semmai di narcisismo. Di cinema come mondo di specchi che trasforma il soggetto in oggetto e gli oggetti in una estensione o proiezione dell'io. Nel mito greco è proprio la confusione tra io e non io a contraddistinguere la condizione di Narciso. L'io narcisistico è un io incerto dei propri contorni che aspira a fondersi in comunione con il mondo. Il cinema è un dispositivo di straordinaria potenza per questa fusione.

Al narcisismo viene spesso attribuita una valenza negativa: l'individuo nella Società dello Spettacolo rifugge dagli impegni, vuole mantenersi aperte tutte le opzioni e rinuncia così a dare un senso "narrativo" alla propria esistenza.

Ma questa incapacità di tracciare i confini tra sé e il mondo, questa inesausta plasmabilità, non è il portato di quella neotenia che caratterizza l'animale uomo tra tutte le specie viventi, secondo i biologi? L'infanzia cronica è alla base della nostra indefinitezza, il nostro inadattamento cui corrisponde, in positivo, l'apprendimento ininterrotto.

Questa instabilità che è l'altra faccia della povertà del nostro corredo istintuale è forse l'unica caratteristica veramente stabile, l'unica invariante metastorica della natura umana. Questa natura dell'uomo come animale potenziale, nascosta nelle società tradizionali in cui le norme sociali suppliscono in maniera più o meno completa agli istinti come principio ordinatore dell'azione umana, emerge con forza in un'epoca di cambiamento come la nostra. Il cinema, consentendoci di vivere mille vite, è il mezzo ideale per questa automoltiplicazione, insomma è andando al cinema che diventiamo veramente ciò che siamo (per parafrasare Williams, è andando al cinema che veramente ci muoviamo).

Interrompo qui questa riflessione sulla riflessione degli altri sul cinema. La paura della ricorsività, del loop, del regresso all'infinito mi consiglia di non insistere troppo in questo esercizio di narcisismo al cubo...

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