Intermezzo. La sospensione della realtà ordinaria

Potremmo dire che il cinema contraddice le parole di Robert Burns secondo il quale i piaceri sono come "papaveri spampanati", afferri il fiore e ne cadono i petali

di Valeria Cigliola

 

Il "bianco e nero" volto di Ingrid Bergman che toglie il respiro, le affascinanti "rughe" di una pellicola del 1939...

Sedotti, ci abbandoniamo al piacere della visione: solitario eppure condiviso sprigionarsi di energie "dentro e fuori" i sensi, tutti. In apparenza solo udito e vista, ma la mente è sollecitata al punto da trascinare con sé anche i sensi non direttamente coinvolti.

I sensi potenziati dall'oscurità, illuminata solo nello spazio tra noi e loro, sullo schermo: personaggi, scenari, colori, luci, ombre, spazi che diventano nostri. Vi penetriamo, come loro dentro il nostro occhio, nella nostra memoria.

Un "flusso di energia/e" corre nel fascio di luce che dal proiettore giunge sullo schermo e quindi a noi, che riceviamo vita/e. Si tratta di incontri ravvicinati con i piaceri, è infatti la pluralità di stimoli cui siamo sottoposti che contraddistingue la straordinaria invenzione dei fratelli Lumière.  

Potremmo dire che il cinema contraddice le parole di Robert Burns secondo il quale i piaceri sono come" papaveri spampanati", afferri il fiore e ne cadono i petali. Noi avidi consumatori di film non resteremo mai con un fiore spampanato tra le mani: il piacere, in sala o anche seduti in poltrona, a casa, davanti al piccolo schermo (un pessimo surrogato di quello autentico), si rigenera costantemente, ad ogni inquadratura, ad ogni sequenza, e coinvolge ogni centimetro quadrato della nostra pelle. Ancora, la mente viene completamente assorbita dalle immagini e, per dirla con Alexander Lowen, come accade ogni volta che abbiamo a che fare con il piacere, "la coscienza del sé diminuisce, la volontà si dissolve e l'Io cede la sua egemonia sul corpo".

E' straordinario quello che può capitarci quando ci identifichiamo con la storia proiettata: il piacere cresce, può trasformarsi in dispiacere, dolore, angoscia, paura, a seconda delle situazioni che ci capita di "vivere" attraverso la pellicola.

Un film come Philadelphia, per esempio, risulta talmente "efficace" nel rappresentare la condizione fisica e psicologica di Andy (Tom Hanks) da provocare un vero e proprio disagio fisico in chi guarda. Ci si immedesima al punto da stare male.

Personalmente mi è capitato diverse volte, all'uscita dalla sala cinematografica, di provare una strana sensazione: ho avuto come l'impressione di aver cambiato volto, come se i miei connotati fossero stati stravolti, tale era stata la forza delle immagini. Finché non ho trovato uno specchio, ho "creduto" in quelle occasioni di avere il volto di Holly Hunter o di Tom Hanks, ecc.

La forza di rappresentazione di un personaggio da parte del regista e del suo attore può essere tale da provocare in noi le sensazioni sopra descritte: mi è successo con Ada (Holly Hunter) in Lezioni di piano, con Anita Hoffman (Ingrid Bergman) in Intermezzo.

Il piacere dell'identificazione è unico. Potremmo definirlo un intermezzo, una sospensione della realtà propria, un tuffo nell'irrealtà, o nella realtà trasfigurata o... le parole sono tante. E tutte inefficaci.

La pellicola di Gregory Ratoff del 1939, Intermezzo appunto, magnificamente accompagnata dalle note di Max Steiner, consente questa immersione della mente e quindi del corpo nelle "profondità" altrui.

La musica, i primi piani, quel lontano modo di fare cinema, "ridicolo" per certi versi, "splendido" per altri, ci permettono con estrema facilità di attraversare il confine dell'ordinario, di allontanarci dalla nostra esistenza per calarci in quella di qualcun altro.

Intermezzo è un film politically correct, per questo e per altri motivi criticabilissimo, ma stupendamente "pervasivo".

E' la storia di un amore difficile, nel senso "calviniano" del termine e in quello letterale: un uomo (Leslie Howard), abbandona moglie e figlia per fuggire con (un altro titolo del film è Escape to Happiness) una giovane pianista, la divina Bergman, per poi tornare sui suoi passi, in un lieto (per chi? Certo non per Anita/Bergman) fine scontatissimo e perbenista. Fu prodotto da David O. Selznick, "fabbricante di sogni" negli anni d'oro di Hollywood. E ancora oggi continua a farci sognare, così come sempre saremo appagati dopo l'ennesima visione di Via col vento.

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