"The Losers", di Sylvain White
Il rabberciato Sylvain White fraintende del tutto la verticalità morale dello sguardo di Peter Berg, autore dello script, affidandosi all'orizzontalità tipica delle strip e chiamando più volte in causa la frammentarietà delle pagine dei comics, da cui il film è tratto, scomponendo l'inquadratura in mille pezzi. Una linearità da traiettoria di proiettile a cui Zoe Saldana reagisce ringhiando come Neytiri
Due certezze dopo la prima mezz'ora di The Losers. 1. Jeffrey Dean Morgan ha il vizio di picchiare le donne, quantomeno sul set. In Watchmen toccava a Malin Ackerman. Qui le busca Zoe Saldana – e ce ne vuole. Perché 2. Zoe Saldana ringhia sempre come Neytiri – e seduce allo stesso modo, con le flessioni conturbanti dei fasci di nervi e muscoli scoperti.
A fine proiezione, si sarà aggiunta una terza riflessione conclamata: per far funzionare progetti come questo, o il gemello recente A-Team, ci vuole qualcuno che rimanga sobrio per riportare tutti a casa mentre gli amici fanno baldoria.
Il film di un inaspettatamente solido Joe Carnahan sfoggiava l'asso nella manica di un Mauro Fiore a livelli di prontezza esaltanti, che in più di un momento cedeva addirittura al vezzo di autocitarsi (echi di The Kingdom, o l'omaggio a Cameron della sequenza della proiezione con gli occhialetti 3d con la jeep che sfonda realmente lo schermo...).
Qui, la valvola di sicurezza avrebbe potuto essere lo script a firma del grande Peter Berg, che infila infatti quelle aperture melò, quelle schegge di sentimento che abbiamo imparato a conoscergli proprio in The Kingdom oltre che in Hancock – i momenti di intimità tra Clay e Aisha, e una squisita coda finale in cui l'idea di una quotidianità possibile riavvicina i personaggi ai propri amori, anche solo per i brevi istanti degli end credits.
Disgraziatamente, il rabberciato Sylvain White fraintende del tutto la verticalità morale dello sguardo di Berg affidandosi all'orizzontalità tipica delle strip, chiamando più volte in causa la frammentarietà delle pagine dei comics, da cui il film è tratto, scomponendo l'inquadratura in mille pezzi (in una sequenza uno specchio che va in frantumi permette al protagonista di osservare nei cocci di vetro che cadono il tonico fondoschiena della Saldana in lingerie mentre la donna si mette al riparo dietro di lui).
E si che la soluzione con cui il film risolve sostanzialmente ogni sequenza d'azione, ovvero il puntuale tiro di preci
sione da distanze siderali del letale pistolero Cougar, che toglie dagli impicci gli amici della squadra degli sfigati che stanno per lasciarci la pelle, apriva la messinscena ad un ventaglio di possibilità formali che il regista ignora completamente, seguace appunto di una linearità da traiettoria di proiettile che buca il cerchio disegnato dal pollice e dall'indice che si toccano della ventura star Chris Evans, qui già insopportabile.
Restano un ottimo incipit marziale a toni cupi che lasciavano intravedere una mano più pesante di Berg sul progetto, poi disattesa; Jason Patric in un ruolo di villain alla Bond saga che ruba decisamente la scena al bolso Jeffrey Dean Morgan; e soprattutto Zoe Saldana sul tetto di un palazzo in tuta di latex che impugna un bazooka. Farne però il motivo principale di pregio di un film, è ahinoi un po' una motivazione da losers.
Titolo originale: id.
Regia: Sylvain White
Interpreti: Jeffrey Dean Morgan, Zoe Saldana, Chris Evans, Jason Patric, Idris Elba
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 98'
Origine: USA, 2010
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