CANNES 58 - "Il passato è triste, il presente è catastrofico, ma per fortuna non abbiamo futuro". Incontro con Hiner Saleem.

Dopo i consensi di critica e di pubblico per "Vodka Lemon", Hiner Saleem entra per la prima volta nel Concorso principale di Cannes. Racconta del popolo kurdo umiliato da due fronti: quello turco e quello iracheno che nel 1988 reclutò i "traditori" della patria per combattere la guerra contro l'Iran.

Qual e' la genesi del film?

Quando Saddam Hussein e' stato catturato, ero in Armenia sul set di Vodka Lemon. Non avevo che un desiderio: essere nel mio Paese dopo la caduta del dittatore. Quando sono tornato in Francia, ho deciso di partire per l'Irak  e di tornare in Kurdistan. Quando ho parlato del mio progetto ai miei collaboratori, tutti lo hanno accolto con entusiasmo. Allora sono partito senza essere sicuro di ottenere il finanziamento. Sono rimasto in Kurdistan per quattro mesi.

 

Dov'e' nata la storia di questo uomo che parte per il fronte?

All'inizio, doveva essere la storia di mio fratello che diserto l'esercito iracheno. Sono quindi partito dall'idea di questo soldato malgrado mio fratello, sviluppando successivamente la storia.

 

Quali sono stati i sentimenti ritornando nel Paese che aveva lasciato piu' di venti anni fa?

Sono passato per una serie di emozioni violente. Per cinque minuti piangevo di gioia pensando al Kurdistan finalmente libero dalle persecuzioni di Saddam Hussein. Cinque minuti dopo ero disperato pensando in che situazione la mia terra era arrivata dopo anni di dittatura.

 

Quali sono stati gli ostacoli che ha dovuto superare per realizzare il film?

Il piu' grosso problema e' stato quello di procurarsi una macchina da presa e della pellicola. Sono venuto a sapere che l'Iraq aveva prodotto non piu' di cinque film in tutta la sua storia.

Girare in queste condizioni e' molto impegnativo?

Il mio film e' un road-movie e quindi erano necessari molte attrezzature e molti assistenti per la realizzazione il tutto. In piu', le autorita' del Kurdistan non ci hanno aiutato. L'azione si e' svolta alla fine degli anni ottanta, un po' oltre la fine della guerra contro l'Iran. Non poteva essere un film d'epoca, perche' tutto era stato distrutto e anche le fotografie dei luoghi erano introvabili. Sono scappato dal Paese all'eta' di diciassette anni: le cose sono molto cambiate d'allora. Per esempio l'inno nazionale non e' piu' quello che conoscevo da bambino. La stessa per quanto riguarda la bandiera. Con Saddam, l'Irak ha cambiato tre volte la bandiera.

 

Non e' stato doloroso lavorare con tutte quelle immagini di Saddam ancora presenti nel suo Paese?

La sua immagine e' ovunque. Sui libri, sui quaderni. Saddam e' uno dei personaggi principali del film. La sua presenza e' fondamentale nel film e soprattutto la sua statua che sembra anticipare sempre i pericoli imminenti a cui il protagonista va incontro.

 

Dove ha trovato la statua di Saddam Hussein?

L'ho fatta fare. Tutti gli scultori kurdi erano scappati. Ho dovuto trovare uno scultore arabo e sono trascorsi quindici giorni prima  qualcuno accettasse. Per ragioni di sicurezza abbiamo dovuto completare l'opera di nascosto. Siamo stati anche scoperti e la nostra statua per qualche giorno e' stata rinchiusa in galera.

 

Come riesce a trovare l'umorismo raccontando storie talmente tragiche?

Io parlo di cose molto serie e gravi, cercando di renderle in tutta la loro crudezza. Preferisco le corde dell'invisibile, senza cercare la spettacolarizzazione forzata. Quanto allo humour, posso citare una frase che mi ripeteva sempre mio nonno: "Il nostro passato e' triste, il presente e' tragico, ma per fortuna non abbiamo futuro". Anche nelle situazioni piu' difficili noi troviamo sempre un dettaglio divertente, una situazione assurda.

 

Perche' ha scelto nel film di non mostrare tutto l'orrore dei crimini?

E' probabilmente una questione di pudore. In quello che io filmo e dico non compare mai la rabbia che porto in me. Un giorno probabilmente riusciro' ad esprimerla. Nel film soprattutto volevo creare un'atmosfera. Fare respirare il tanfo della dittatura.

 

Come definirebbe il rapporto tra i due uomini, il soldato kurdo e l'autista di taxi?

Sono come due bombe ad orologeria. Non si sa quando potrebbero esplodere. Una cosa e' certa pero': hanno tutta l'intenzione di esplodere.

E' un film politico?

No, non lo e'. Anche se io sono estremamente una persona politica. Ho bisogno di essere informato continuamente. Ma non sono un cineasta militante. Sono un essere di passaggio su questa terra che guarda e racconta delle storie. In un certo senso, faccio cinema perche' non ho la forza di cambiare il mondo. Prima di tutto, adoro la vita. Per amore della vita, vorrei che i kurdi fossero liberi, che mia sorella sia libera, che mio fratello sia libero.

 

Che significa il titolo Kilomètre Zéro?

Siamo sempre allo stesso punto. L'Irak da quando e' nato non ha mai fatto un passo in avanti. Questo puo' essere sia un motivo di disperazione che di speranza. Quando si parte da zero, non si puo' che avanzare.

 

Il film finisce su una nota di speranza.

Diciamo che s'interrompe su un momento di speranza. Non credo che il film finisca veramente. Non sappiamo cosa l'avvenire ci riserva. Il regime e' caduto e questo e' un evento eccezionale. Niente pero' ci assicura che le cose andranno meglio. Diciamo che nell'intervallo, per un breve periodo, avremo il tempo di respirare...       

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