CANNES 58 - "L'arc" di Kim Ki-duk (Un certein regard)

Ciò che qui colpisce è il vivere senza fuggire la morte, accettandola con dolce inquietudine, lasciandosi attraversare da essa, languendo con essa, trasportati dal desiderio di abbandonarsi ai corpi amati per ridare loro la vita e riaverla in cambio da loro. Il cinema di Kim Ki-duk continua ad essere una deriva dei sensi...

Fuori dal mondo. Un uomo anziano (Jeon Sung-hwan) vive con una giovane donna (Han Yeo-reum), che tiene lontano dal mondo, su un battello ancorato lontano dalla costa; il suo desiderio è di sposarla appena la donna avrà compiuto diciassette anni. Questa, in breve, è la storia raccontata da Kim Ki-duk nel suo ultimo lungometraggio, L'arc, presentato qui a Cannes nella sezione "Un certein regard".

Se nell'Isola (1999) le immagini sembravano riflettersi sulla superficie fluida e mobile dell'acqua, specchiarsi in essa, bagnarvisi prima di fuggire, svanire eteree nella liquidità dello sguardo; se in Ferro 3 (2004) i corpi poco alla volta abbandonavano la pesantezza della terra (l'humus di cui siamo fatti) e con essa la sofferenza, il dolore che li segnava, per diventare leggeri, impalpabili, invisibili, qui ne L'arc ciò che colpisce è il vivere senza fuggire la morte, ma accettandola con dolce inquietudine, lasciandosi attraversare da essa, languendo con essa come si languisce nei momenti di abbandono fisico, trasportati dal desiderio di abbandonarsi ai corpi amati per ridare loro la vita e (ri)averla in cambio da loro. Così il cinema di Kim Ki-duk continua ad essere una deriva dei sensi inumidita dalle coloriture oniriche di un sognatore (in)consapevole dell'esistenza, fuori di essa una (volta per tutte) per poterla vivere/sognare ancora. Questa volta però, quel cinema (s)velante alla vista il vissuto di chi accetta di visitare l'altro per abitare il mondo ed esporsi ad esso sembra negarsi, stridere con la poetica di un regista che ha sempre saputo mostrarci, con le sue delicate inquadrature, dove il nostro sguardo ama annegarsi (la gioia di un sorriso, la dolcezza di un sguardo, l'ansia di un sospiro). La musica dei corpi che si attraggono e si respingono, degli animi (in)finitamente piagati/piegati dal senso dell'esistere si perde negli occhi troppo aperti/troppo poco chiusi per lasciare che la vita sia sognata/amata, senza dover essere troppo consapevoli che un giorno dovrà finire. Eppure non saremmo vivi (e con noi non lo sarebbe questo film) se non fossimo pieni di contraddizioni, di sentimenti contrastanti, dopotutto, come questo film, anche il cuore è uno strumento scordato.

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