CANNES 58 -"Delwende", di S. Pierre Yameogo (Un certain regard)
Un viaggio labirintico nel dolore, in un tempo altro dell'attesa della fine. Immagini laceranti, più della finzione talvolta ingombrante. Ma dentro un film che, anch'esso, si 'alza e cammina' in più direzioni, pre-vedibile e al tempo stesso libero dove il cinema di Yameogo si trasforma in qualcosa di imprendibile

Delwende, ovvero 'Alzati e cammina'. Titolo tematico, politico-sociale, e teorico, espressione di un percorso, più esattamente, appunto, di un cammino, a diverse andature, compiuto, verso il trovare una nuova consapevolezza del vivere, da due donne. Una madre e una figlia. La prima, accusata di stregoneria e cacciata dal villaggio. La seconda, violentata dal padre e decisa a vendicare i soprusi subiti, da lei e dalla madre.
Delwende (presentato nella sezione 'Un certain regard') è il nuovo lungometraggio di S. Pierre Yameogo, regista anomalo nel panorama filmico africano, e anche del Burkina Faso, suo Paese d'origine. Un regista che ha da sempre posto nel suo cinema (si pensi a Laafi, Wendemi-L'enfant du bon Dieu, Silmande) un'attenzione particolare a forti argomenti sociali, dall'educazione scolastica alla corruzione politica. E che con Delwende, nella lezione del cinema di Sembene piuttosto che di quello di Ouedraogo, si immerge in un'altra realtà, quella delle donne obbligate a lasciare le proprie abitazioni nelle campagne perché ritenute portatrici di malefici. E accolte, molte di loro, in una casa ricovero a Ouagadougou. Un fatto vero. Un centro realmente esistente, che Yameogo aveva già filmato in un suo documentario. E che ora sposta in quest'opera di finzione contaminata con il reale, come descritto nella bellissima, commovente, parte finale (prima del regolamento di conti nel villaggio, dove tornano figlia e madre), l'incursione - soggettiva, silenziosa, efficace - della ragazza/dello sguardo di Yameogo, della sua camera digitale, nel centro per le donne rifiutate dalla società. Un viaggio labirintico nel dolore, in un tempo altro dell'attesa della fine.
Immagini laceranti, più della finzione talvolta ingombrante. Ma dentro un film che, anch'esso, si 'alza e cammina' in più direzioni, pre-vedibile e al tempo stesso libero. Come nell'uso della musica, da quella tradizionale a quella classica (una rarità nel cinema africano), per sospendere ulteriormente uno spazio e un tempo che non sono mai unici. Dentro un cinema didattico, rivendicato come tale, ma che, ancora una volta in Yameogo, si trasforma in qualcosa di imprendibile, come quella tempesta annunciata sui titoli di testa. Un respiro nascosto che libera dagli stereotipi un volto, un corpo, una camminata. Sguardi e gesti che interrogano, sfidando e superando il pre-testo iniziale che li muove.
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