CANNES 58 - "Keane", di Lodge Kerrigan (Quinzaine des réalisateurs)
Opera dallo stile quasi sperimentale troppo marcato che però si libera progressivamente e disegna un'intenso rapporto paterno/filiale memore di "Alice nella città". Dal regista di "Clean, Shaven" e "Claire Dolan"

Lodge Kerrigan è un controverso cineasta newyorkese di 41 anni che a Cannes aveva già presentato Clean, Shaven (1994) e Claire Dolan (1998) e Keane è appena il suo terzo lungometraggio. C'è una macchina a mano che, per tutto il film, insegue epidermicamente un corpo, quello di William Keane appunto, gli sta quasi attaccato sul volto, ne cattura il respiro e gli istinti di rfabbia. Keane si apre infatti con la scena in cui il protagonista chiede a un responsabile della biglietteria se si ricorda di aver visto la figlia di 6 anni, scomparsa qualche mese prima. Keane si muove nervosamente all'interno dello spazio, la sua figura occupa gran parte di un'inquadratura dove c'è un proprio mondo privato, impermeabile. Lui infatti non ammette intrusioni esterne. Odia essere guardato, si sente quasi soffocato quando ciò avviene. Ad un certo punto il suo vagabondaggio sembra trovare una provvisoria stasi: aiuta infatti una donna con una bambina che si trova nel suo stesso albergo dopo che ha ascoltato una discussione tra lei e il proprietario. Forse da questo momento in poi il cinema di Kerrigan abbandona quello sperimentalismo talvolta eccessivo di un cineasta comunque dotato per seguire più da vicino il rapporto tra Keane e la figlia della donna che ha conosciuto e da quel punto il film sembra liberarsi da uno stile a volte troppo marcato. Si instaura quasi una relazione padre/figlia, o almeno di una complicità che, ancora una volta, non ammette intrusioni esterne. Kean sembra quasi un moderno Alice nella città in uno spazio però più limitato. Il protagonista e la bambina vanno a pattinare insieme e a giocare a bowling, fino a unirsi/separarsi in un trascinante finale, con l'uomo che ha intenzione di rapire la bambina e di portarla via con sé e che poi ci ripensa scoppiando a piangere davanti a lei. Kerrigan apre le sue inquadrature prima impermeabili e ci fa immergere dentro un cinema non più respingente ma che si apre a un'immedesimazione esterna. Un cinema dove finalmente Keane, nella parte finale, può essere guardato.
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