CANNES 58 - "Last days" di Gus Van Sant (Concorso)

Gus Van Sant, con "Last days", ci costringe a poggiare i piedi a terra, ad essere nudi, completamente esposti alla nuda, umida terra, alla prensilità dell'humus originario, da cui raccogliere i frutti del proprio esistere e a cui affidare la propria esistenza.

Sotto il peso del corpo. Gus Van Sant ritorna in concorso al Festival di Cannes, dopo aver vinto la Palma d'oro con Elephant nel 2003, con un film che racconta gli ultimi giorni di vita di un giovane musicista di talento (interpretato da Michael Pitt) e dedicato a Kurt Cobain. Il film è solo apparentemente ispirato ad un fatto reale (in questo caso la morte di Cobain), infatti, Van Sant è interessato a raccontarci altro, come ha già fatto con Elephant, dove il racconto della strage al liceo di Colombine è stato solo il pretesto per una riflessione sull'adolescenza e sui fantasmi che tormentano l'America di oggi. Allora dopo il tentativo mancato da Kim Ki-duk, con L'arc, di liberare i corpi, di renderli leggeri, sfuggenti, di ricondurli in un Eden di primigenia innocenza da (ri)abitare con tutta l'umiltà della propria carne esposta al tempo in attesa della morte, Gus Van Sant, con Last days, ci costringe a poggiare i piedi a terra, ad essere nudi, completamente esposti alla nuda, umida terra, alla prensilità dell'humus originario, da cui dissotterrare/raccogliere i frutti/talenti del proprio esistere e a cui affidare la propria esistenza (il film si apre con una lunga passeggiata del protagonista in un bosco fino a notte fonda). Quello di Van Sant è un film dolente, che ci parla di morte, di assenze e di paure, ma a tratti illuminato da una luce, che sembra richiamare i bagliori, squarcianti il grigiore delle nuvole in Elephant (una nota di speranza, che bagnava la materialità e temporalità del trauma). Van Sant sembra voler raccontare di un figlio separato dal padre, che lo ha fecondato, e del suo desiderio di volersi ricongiungere a lui (la carezza del padre al figlio, che chiudeva Elephant sembra essersi dissolta in un'assenza da colmare). Dopotutto, se non ci fosse separazione non potrebbe esserci alcuna remissione. Il padre avrebbe invano inviato il figlio, donandogli un corpo, lasciando che lo sguardo degli altri, il nostro sguardo potesse accettarne o rifiutarne la parusia, la presenza del suo corpo accanto ai nostri, e con esso la presenza di un cinema su cui lasciare scivolare lo sguardo, in cui poter frugare e a partire dal quale poter (ri)nascere, in un chiasmo di reversibilità capace di essere la regione/ragione seminale del nostro essere-al-mondo. Qui lo stesso film è il corpo del figlio, che anela a ritornare a "casa", al padre/all'intimità del suo regista, dopo essere passato attraverso il mondo (il nostro sguardo). Egli sa di non poter tornare, senza aver assolto la sua promessa: essere legato al/come corpo incarnato, non più parola (il logos), ma immagine che si mostra, perché possa esser(ci) rivelato e dare continuità al tempo passato della sua invisibile creazione e al futuro della sua remissione (il movimento stesso del cinema compreso tra un inizio e una fine). Così l'espediente del ritorno indietro del tempo, già ampiamente utilizzato dal regista in Elephant, qui non ha lo stesso significato. Mentre in Elephant il tempo sembrava essere rappreso in uno spazio labirintico, dal quale era impossibile uscire e in cui si era inevitabilmente costretti a rientrare, in Last days il ripetersi del tempo è un modo per ritornare a vedere con occhi diversi la vita fino a mostrarne la morte.

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