CANNES 58 - "Star Wars - Episodio III : la vendetta dei Sith", di George Lucas (Fuori concorso)
Opera abissale, funerea e passionale dove i colori dominanti sono il rosso e il nero e in cui il cinema di Lucas si reinvesta straordinariamente ancora una volta andando oltre i limiti del genere fantastico, sospesa tra l'antichità preistorica e il futuro più lontano, la più bella, la più imprevedibile della trilogia.

Gli abissi e la vertigine. È un film che vive frequentemente nella sua verticalità Star Wars - Episodio III: la vendetta dei Sith, che si trova in uno stato continuo di sprofondamento, in territorio che sembra trovarsi sempre sospeso in aria in maniera ancora più instabile dei due precedenti episodi. Questo terzo episodio di questa seconda trilogia di Lucas è davvero quello che visivamente va oltre, che narrativamente si ricongiunge temporalmente al primo Star Wars del 1977 con la nascita nel finale di Luke Skywalker da parte di Padmé (Natalie Portman), ma dove dietro le scene dei combattimenti è presente un'avvolgente ombra nera in cui Lucas riesce a dare piena forma visiva al mondo delle tenebre.
In questo terzo capitolo, dopo che sono passati circa tre anni dalla guerra dei Cloni, e tutti i capi separatisti sono stati eliminati tranne il generale Grievous e il Conte Dooku. Obi-Wan Kenobi (Ewan McGregor) e Anakin Skywalker (Hayden Christensen) si muovono così per catturarli. Intanto il Cancelliere Palpatine acquista sempre maggiore potere e assieme ai signori Sith ha ora lo scopo di eliminare gli Jedi e diventare sovrani dell'Impero Galattico. Ad aiutare Palpatine ci sarà anche Anakin dopo esser stato sedotto dalla promessa di un potere sovraumano.
Un luogo sospeso quasi alla Metropolis, ma anche un film di straordinari contrasti, dove le luci di Tattersall a un certo punto insistono perennemente su toni come il nero e il rosso, segni di un cinema funereo e passionale all'estremo, che disegna una lotta di potere come una tragedia greca e che soprattutto in cui le forme del genere di fantascienza arrivano a un punto limite, a una barriera dopo il quale c'è solo quel vuoto da cui Lucas ci lascia avvolgere totalmente. Ma ancora, La vendetta dei Sith, ancora più che in La minaccia fantasma e L'attacco dei cloni, mostra veramente una mutazione assoluta, scivolando verso le tenebre con quel romanticismo assoluto e disperato di Dracula di Coppola con cui condivide la dominante dei due colori (il rosso e il nero, appunto) ma anche una trasformazione del corpo in cui quello del cancelliere Palpatine, dopo il combattimento, è veramente simile a quello di Gary Oldman. Forse La vendetta dei Sith si è amato così tanto proprio per questa sottile linea che separa il cinema apocalittico dal melodramma, che esplode nell'immagine del volto di Padmé dopo aver scoperto di esser stata tradita da Anakin. La sua morte è quella di una malattia d'amore, il suo feretro portato ricorda la tragedia delle eroine dell'antichità o delle protagonisti di quei mélo funerei del cinema hollywoodiano degli anni Trenta. Un'opera senza tempo, tra l'antichità preistorica e il futuro più lontano, la più bella, la più imprevedibile della trilogia.
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