CANNES 58 - "Batalla en el cielo", di Carlos Reygadas (Concorso)
Presentata una delle possibili sorprese del festival: l'opera seconda del giovane regista messicano, che ritorna a Cannes dopo l'acclamato "Japon" del 2002. Cinema rituale che prova a spingersi oltre la particolare consapevolezza del genere cinematografico e approdare nel magico realismo.

Annunciata come la possibile sorpresa del festival, l'opera seconda del trentaquattrenne regista messicano non convince. Marcos, autista di un generale, e sua moglie hanno un atroce segreto da nascondere. L'unica a conoscere quel segreto è la figlia del generale, prostituta per piacere, che convince Marcos a confessare tutto alla polizia. Alla ricerca di redenzione e conforto, l'uomo si convince a seguire il pellegrinaggio in onore di Notre Dame di Guadalupe.
Reygadas, con l'acclamato Japon (sempre a Cannes e a Rotterdam), opera del 2002, è entrato a far parte di quella schiera di autori messicani che hanno fatto rinascere l'interesse per una cinematografia da troppo considerata propaggine artistica e stilistica del colonialismo culturale. Troppo lontani dal cielo (e dal paradiso) e assai più vicini all'occidente (e all'inferno democratico). Se Inarritu, Cuaron, Alfonso Arau, hanno attraversato definitivamente (forse) la frontiera, l'autore che ha studiato legge e vive dal 1977 a Bruxelles, è sicuramente più vicino a Fernando Eimbcke, Eva Lopez Sanchez, Beto Gomez, Julian Hernandez, Hugo Rodriguez (anche lui a Cannes). Verrebbe spontaneo nominare come capostipite di questa ondata generazionale Arturo Ripstein, presenta quest'anno a Cannes con il documentario Los heroes y el tempo (racconto di quattro anziani, prigionieri politici durante la guerriglia degli anni settanta in Messico). Ma per Batalla en el cielo è assolutamente eccessivo considerarlo come continuatore dell'estetica bunueliana. I percorsi battuti sono tortuosi (come la scalata del vulcano, o camminare inginocchiati fino alla chiesa) e claustrofobici (come le scene di sesso esplicito e reiterate), ma asfissiano il sublime melodrammatico, deformando di riflesso la grammatica filmica, debitrice di una certo modo di fare cinema in Europa. Questo cinema è un rituale che mistifica la passione e la spiritualità per andare oltre la particolare consapevolezza del genere cinematografico, per scongiurare la catalogazione rigida e disanimata. Realismo magico, apparentemente, che di maniera esprime il reale attraverso la materia e l'universo kafkiano. Il cinema di Reygadas, paradossalmente s'irrigidisce, perdendo di flessibilità tra i due estremi della solennità e della grossolanità, della pedanteria e della frivolezza, del volgare e del sublime. Dalle radici all'alienazione o al conflitto latente, rivelato con giri completi di macchina, che neutralizzano la realtà e stilizzano lo sguardo.
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