CANNES 58 - "Un'artista deve agire in piena libertà, senza pregiudizi e con onesta intellettuale nel fare cinema", incontro con Marco Tullio Giordana
Un anno dopo la vittoria nella sezione "Un certein regard" con "La meglio gioventù", Marco Tullio Giordana ritorna al Festival di Cannes, questa volta in competizione con il suo nuovo film "Una volta che sei nato, non puoi più nasconderti".

Era preparato al successo ottenuto dal suo precedente film La meglio gioventù?
Personalmente non avrei mai immaginato che un film realizzato per la televisione sarebbe stato invitato al Festival di Cannes. Al di là della grande soddisfazione personale, ciò ha confermato quello che penso da tempo: il cinema non ha frontiere, infatti le persone di tutto il mondo si sono appassionate alla storia della famiglia Carati come se fosse stata la loro.
Perché in Una volta che sei nato non puoi più nasconderti ha deciso di trattare il tema dell'immigrazione?
Volevo parlare del presente del mio paese dopo quattro film ambientati negli anni settanta. Oggi i problemi dell'Italia sono legati all'immigrazione clandestina. Naturalmente il punto di vista con cui si tratta il problema è importante e ho voluto che fosse quello completamente innocente e senza pregiudizi di un bambino di 12 anni.
Il suo film è caratterizzato, come i precedenti, da un certo realismo. Lei si considera un erede del neo-realismo o meglio del movimento del cinema urbano rappresentato da Francesco Rosi?
Nei miei film, il realismo è espresso su un piano oggettivo e sociale, il mio approccio è più poetico. Io ammiro molto gli autori del neo-realismo e considero Francesco Rosi uno dei più grandi registi al mondo, ma mi rapporto a questa tradizione cercando qualcosa di più personale.
Perché ha di nuovo scelto Alessio Boni per interpretare uno dei personaggi principali?
Alessio Boni è un attore di talento e dopo l'interpretazione del personaggio di Matteo ne La meglio gioventù, mi sembrava il più adatto ad interpretare il ruolo del padre del bambino. Il film è ambientato a Brescia e lui è nato in un paesino tra Bergamo e Brescia. Quindi al di là del suo talento, egli aveva tutte le caratteristiche per questo ruolo.
Nella sua carriera, il suo lavoro si è concentrato, col passare del tempo sugli attori. Quali sono i motivi di questa evoluzione?
Col tempo ho acquisito confidenza con gli aspetti tecnici della messa in scena, che cambiano poco. Invece gli attori cambiano ad ogni film, come se avessero un nuovo viso, se un regista li tratta sempre alla stessa maniera non può scoprire i cambiamenti del loro carattere.

Da più di dieci anni dal film Pisolini, un delitto italiano, lei lavora quasi sempre con la stessa troup: gli sceneggiatori Sandro Petraglia e Stefano Rulli, il direttore della fotografia Roberto Forza, il montatore Roberto Missiroli. Ha trovato la formula ideale?
L'apporto di ognuno di loro si rivela sempre molto personale e indispensabile. Ad esempio con gli sceneggiatori, discutiamo molto del soggetto e della struttura del film. Scriviamo privatamente le note sulla sceneggiatura e poi ci scambiamo i rispettivi lavori, così ciascuno di noi conserva uno spirito critico in rapporto al lavoro dell'altro.
Cosa pensa della nuova generazione del cinema italiano?
E' una generazione molto interessante, soprattutto perché è molto interessata a filmare l'Italia e lo fa nel momento in cui l'Italia è poco generosa col suo cinema. Penso che un'artista debba poter agire in piena libertà, senza pregiudizi e con onesta intellettuale nel fare cinema, egli deve saper essere critico verso qualsiasi establishment ed evitare che il suo pensiero sia ridotto al silenzio.
Lei ha lavorato per la televisione. Il cinema può contrastare il potere spesso imposto dal piccolo schermo?
Il cinema interessa poco alla televisione, che si concentra sul controllo dell'informazione. Quando il cinema tratta l'informazione, la televisione si sente minacciata. I problemi derivano dalla proprietà dei mezzi di informazione, fino a quando esisterà una situazione di monopolio i margini di manovra saranno ridottissimi. Col tempo la televisione è diventata più importante del cinema. Questa trasformazione ha riguardato tutto il mondo ed è la fonte di enormi problemi e conflitti.
Lei cita spesso Bertolucci, Max Ophuls e Orson Welles come suoi modelli. Quali altri cineasti aggiungerebbe alla lista?
Olmi, Visconti e Pisolini hanno molto influito sulla mia formazione. Ma i cineasti che mi hanno di più influenzato sono stati Ozu e Mizoguchi, senza dimenticare Bergman o registi francesi come Renoir, Truffaut e Jacques Demy, un vero genio.
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