CANNES 58 - "Manderlay", di Lars Von Trier (Concorso)
Sequel di "Dogville". Non c'è più Nicole Kidman, ma Bryce Dallas Howard nella parte dell'idealista Grace. Bisogno assoluto di do(g)mare il cinema, nel tetro di traiettorie geometriche, perché la carica simbolica sfumerebbe nello spazio aperto. È la forma che domina, il percorso strutturale del comando, del potere autoriale.

Il regista danese, che qualche settimana fa ha firmato la morte del movimento "Dogma", ritorna tra i dedali di Dogville, per il sequel. Grace non è più interpretata dalla Kidman, ma da Bryce Dallas Howard (figlia di Ron Howard e già vista in The Village di Shyamalan). Anche la città è cambiata (si fa per dire): scendendo con la camera dall'alto si entra nelle aree del sud statunitense, appunto a Manderlay. La segregazione raziale, il rifiuto di volersi liberare dalle catene, l'impegno idealistico a voler imporre la democrazia. Grace e il padre gangster (Willam Dafoe), dopo il massacro di Dogville, s'imabattono in una comunità di neri ancora sotto schiavitù (tra i colored, il grandissimo Danny Glover). Grace sente subito forte il desiderio di volerli aiutare e si stabilisce tra loro. Lars Von Trier, straniero in terra americana, può solo entrare dall'alto, catapultandoci in una realtà virtuale, scivolando per una parabola brechtiana. L'impressione è che l'autore abbia necessariamente bisogno di do(g)mare il suo cinema, nel tetro delle sue traiettorie grafiche, perché la carica simbolica e metalinguistica sfumerebbe nello spazio aperto, tra gli intrecci naturali. Ecco forse spiegarsi questo suo apparente attaccamento ai corpi, alla caratterizzazione psicologica e sociologica. In realtà è la forma del cinema che interessa, il percorso strutturale del comando, del potere autoriale. Il labirinto idealistico che giustifica scelte contraddittorie, (ab)usi compromettenti del mezzo. L'istante che è più importante del tutto, percezione seriale dell'arte, è la scarsa resistenza alla pulsione di non lasciare tracce. Con Lars Von Trier si vive nell'illusione che sia il reale a mancare maggiormente, mentre invece proprio la realtà è al suo culmine. Il cinema è un obbligo morale, con leggi scritte: lo si può uccidere o ferire, accarezzandolo cinicamente e addormentandolo dolcemente. La via d'uscita, sta proprio nell'abbattere quei muri nascosti dal buio della (coscienza) messa in scena, baratro del modellato. Modellare la struttura e scorporare il cerebrale, scavando un solco profondo tra ragione e fede: quali comandamenti espressivi hanno un senso e quali domande sensate ammettono una risposta da essi? Delitto (im)perfetto del (nel) cinema: individuati il colpevole, il movente, la vittima...
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