CANNES 58 - "Tbilisi-Tbilisi", di Levan Zakareishvili (Quinzaine des Réalisateurs)
Sorpresa alla Quinzaine. Un film veramente bello che arriva dalla Georgia. Secondo lungometraggio del regista già apprezzato nel 1992 con "They". Ispirazione "nouvelliana" per un riscatto fisico di osservatore beffardo e ferito. Angosciante tensione del ridicolo che si nutre di se stesso.

Sorpresa alla Quinzaine. Un film veramente bello, che arriva dalla Georgia, enorme inventario di rifugiati e mendicanti che il grande Impero ha scaricato. Un giovane regista non ha i soldi necessari per fare il suo film e passa le giornate a zonzo per la città, Tbilisi. Un giorno incontra il suo professore di università che si arrangia vendendo le sigarette in un mercato coperto. Il regista intanto continua a scrivere la sceneggiatura che non verrà mai realizzata. Tra ladruncoli di strada, polizia corrotta, giovani prostitute e fiumi di vodka. Secondo lungometraggio del regista georgiano, già presente alla Quinzaine con They, del lontano 1992. Ci sono voluti otto anni per completare Tbilisi-Tbilisi, per ragioni non attribuibili direttamente al film. Complice la gravissima crisi economica del Paese che ha costretto il regista ad interrompere le riprese per tre volte. In più, va sottolineato che in Georgia non sono previste sovvenzioni statali riguardo il cinema. All'uscita del primo film, si parlava di Zakareishvili come una stupenda rivelazione, ma questo lungo silenzio forzato purtroppo ne ha smorzato la veemenza. Speriamo che grazie al film che abbiamo visto a Cannes si possa ritornare al più presto su questo autore. Alternando il colore e il bianco e nero (d'ispirazione superbamente "nouvelliana") non sempre riesce nei raccordi: il suo cinema si fa anche macchinoso e spigoloso nella ricerca di una fluidità visiva e narrativa, solo a tratti compiuta. Connazionale di Dito Tsintzadze (ormai regista di successo trasferitosi in Germania) e Dato Janelidze (restato a Tbilisi a lavorare), Zakareishvili rappresenta la speranza del Nuovo Cinema georgiano, emerso dopo Otar Ioseliani, con il quale stilisticamente e narrativamente non ha nulla in comune. Piuttosto si ritrova nelle sue opere, con maggiore evidenza, il cinema di registi dell'est come Danieluc o Pintilie. Saggio di sopravvivenza, adottato da una comunità in condizioni di catastrofi incatenate, perpetue. Cinema in trincea, sommerso, che si alimenta dell'irresponsabilità e dello spirito macabro di cui i popoli dell'est vanno fieri. Nessuna scena d'esposizione o prologo che lascia allo sguardo il tempo di abituarsi al contesto. Catapultati nel bel mezzo di un sistema di cui s'ignorano le regole di fondo e che non t'invita certo a farne parte. Riscattata la fisicità, con un occhio sempre da osservatore beffardo e ferito. Angosciante tensione del ridicolo che si nutre di se stesso.
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