CANNES 58 - "Wolf Creek", di Greg McLean (Quinzaine des réalisateurs)
Il film riprende la struttura dell'horror, facendolo però esplodere all'improvviso e negando tutto quell'accumulo di dettagli precedenti che, rivisti a posteriori, appaiono abbastanza poveri. Magari funzionerà pure tra gli spettatori. Ma alla fine l'opera appare soltanto un'esercitazione sul genere

Potrebbe rappresentare uno dei casi del festival questo horror australiano di Greg McLean che guarda soprattutto al cinema statunitense degli anni Settanta (Romero, Tobe Hopper) nel modo di filmare la follia che entra nella normalità e che alla fine diventa devastante. Macchina a mano, colori sgranati, respiro da B-movie, Wolof Creek vede protagonisti un ragazzo e due ragazze che decidono di trascorrere tre settimane nel deserto australiano. Nel corso del viaggio, ne approfittano per andare a vedere Wolf Creek, un cratere causato da un meteorite. Tornano nella loro autovettura e questa non si accende. Sono costretti a passare la notte lì. Un misterioso uomo giunto sul posto li soccorre. Ma questo non è che l'inizio del loro incubo.
McLean riprende una vicenda realmente accaduta, e paradossalmente alimenta la tensione proprio nei momenti in cui i ragazzi si trovano in viaggio o si fermano presso un distributore di benzina e vengono provocati da alcuni uomini del posto. Wolf Creek ha squarci da cinema sperimentale, con la luce che sembra fuoriuscire dai contorni dei corpi e degli oggetti ed espandersi in tutta l'inquadratura, segno questo di una costruzione dell'immagine e di un uso del colore in cui si avvertono delle influenze figurative. McLean, del resto ha studiato in passato la pittura. Il paesaggio però appare statico, non luogo di disorientamento e perdita come i due straordinari Jeepers Creepers, e sembra che il cineasta australiano usi l'alternanza di un'ombra tenebrosa e di una flebile luce per svelare gli effetti horror, come quella della ragazza che si sveglia e che si trova prigioniera di quello che credevano il loro soccorritore e il regista inquadra prima i suoi occhi, come per anticipare con la sua vista quello che poi vedrà lo spettatore. Dalla rivelazione del criminale in poi, Wolf Creek procede con effetti shock già abusati, che magari provocano istantaneo terrore, ma che McLean li riutilizza schematicamente: l'uomo che tenta di colpire con il coltello una delle due ragazze, il tentativo di fuga, la furia omicida che si abbatte con occhi terrorizzati che vedono dita delle mani che schizzano, mani che cercano di divincolarsi da chiodi. Alla fine dietro questo apparente cinema figurativo, Wolf Creek riprende la struttura classica dell'horror, facendolo però esplodere all'improvviso e negando tutto quell'accumulo di dettagli precedenti che, rivisti a posteriori, appaiono abbastanza poveri. McLean usa il cinema per creare quasi dei corrispettivi pittorici, come il ragazzo tenuto prigioniero e crocifisso come Cristo. Il film magari funzionerà pure tra gli spettatori. Ma l'horror appare soltanto un'esercitazione di genere, non un terreno, vastissimo, di ricerca
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