CANNES 58 - "Bisogna partire dai piccoli dettagli, perché grazie a quelli si possono cambiare le cose...". Incontro con Amos Gitai.

Per Amos Gitai esplorare e scoprire sono due istanze in continuo movimento. In questo film, le donne "comandano" la storia. Un'americana (Natalie Portman), un'israeliana (Hanna Laslo) e una palestinese (Hiam Abbas): punti di vista al femminile sul conflitto interminabile... "Anche perché gli uomini sembrano tutti impegnati in affari di guerra...".

La free zone del film esiste veramente?

Si. Si trova ad est della Giordania ed è una zona franca senza dogane e controlli. Le persone dei paesi vicini, come l'Irak, l'Egitto, la Siria e Israele, s'incontrano soprattutto per il mercato delle auto. Qui uomini di diverse origini possono incontrarsi e fare delle cose insieme. Questo mi affascina. Bisogna partire dai piccoli dettagli, perché grazie a quelli si possono cambiare le cose. Comprare un'auto, ripararla, ripararsi, raccontarsi una storia... le zone di libertà, dove questo genere di cose possono verificarsi, m'interessano particolarmente.

 

La pace esiste in questa zona?

Si. Una pace totale. Si può assistere all'acquisto di un bus israeliano da parte di sauditi o siriani. Nella "free zone", grazie al commercio, le persone sono più pragmatiche e propense al dialogo.

 

La questione delle frontiere gioca un ruolo fondamentale nel film...

Le frontiere sono un vero problema nel Medio Oriente. Frontiere politiche che creano vere barriere mentali. Nel film precedente, Hotel Promised Land, ho trattato il traffico delle donne alla frontiera tra l'Egitto e Israele. In quest'ultimo, sono interessato a far passare un'auto dall'Israele alla Giordania.

 

Ha scelto un fatto particolare per raccontare la storia...

Il film comincia a Gerusalemme, davanti al Muro del Pianto che è una parte di un vecchio tempio distrutto dai romani. Una giovane donna, Rebecca, si trova in macchina con un'altra donna, ma non sappiamo ancora nulla di loro. Il viaggio comincia. Attraverso alcune dissolvenze incrociate, con immagini del passato prossimo sui loro volti, cerco di spiegare le ragioni di questo incontro.

 

Ha scritto il ruolo di Rebecca per Natalie Portman?

La sceneggiatura ha subito diverse trasformazioni. Nella prima versione avevo due uomini una donna. Poi ho deciso di fare un film per tre donne. Quando Natalie ha accettato di partecipare a questo progetto, abbiamo discusso insieme e abbiamo deciso d'inserire degli elementi della sua biografia. A differenza del personaggio, entrambi i genitori di Natalie sono ebrei e non solo il padre. Mi sembra che lei cerchi, come il suo personaggio, di capire il mondo che la circonda.

Nello stesso ordine d'idee, lei utilizza la storia dei posti nei quali ha girato...

Amo molto questa idea che i luoghi delle riprese possano avere un'eco su tutta la storia. L'oasi di Free Zone è, infatti, dove un palestinese, Mussa Alami, avevo fondato un'associazione per gli orfani palestinesi dopo il 1948. Per due volte, questa "comune" ha rischiato di essere distrutta: una volta per mano dei Palestinesi, l'altra per mano israeliana.

 

Perché ha deciso di prendere solo donne per i ruoli principali?

I generali, i militari, sono tutti uomini. Anche i capi di stato lo sono. Si vedono i risultati: la regione è sempre in guerra. Sarebbe interessante se le donne prendessero il potere. Il conflitto sarebbe probabilmente risolto, ci sarebbe una visione più umanista. Nello stesso tempo, non voglio però idealizzare particolarmente il mondo femminile. Ci sono anche donne capaci di uccidere. Le donne potrebbero essere una speranza per il cambiamento.

 

Si può dire che l'auto è per lei più di un semplice mezzo di trasporto?

L'auto è il quarto personaggio principale del film. Definisce un territorio limitato. In auto, le tre donne non possono restare distanti. L'auto impone una prossimità che le obbliga ad entrare in contatto, a parlarsi.

 

È la prima volta che gira in Giordania?

Si è la prima volta che un film israeliano viene girato in Giordania con la cooperazione delle Commissioni del cinema. Non c'è mai stata cooperazione tra i due paesi. Ma la Giordania ha favorito questa volta le riprese.

 

In una scena invece di mostrare le bellezze del sito archeologico di Jarash, ha preferito girare in una semplice stazione di servizio...

È la modernità che mi interessa. Voglio mostrare l'esistenza degli israeliani, dei giordani e dei palestinesi oggi. Credo che le relazioni si stabiliscono entro il contesto della modernità. Nel contesto del passato, ognuno tende ad aggrapparsi alle tradizioni nazionali, ai propri retaggi. I templi sono stati distrutti, ma si può creare comunque un tessuto comune, trovare un modo per comunicare.

 

Free Zone è un film che sembra più pacato dei suoi precedenti...

Questa volta mi sono legato di più ai personaggi, al modo di esprimere la loro complessità e le loro contraddizioni.

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