CANNES 58 - "Geminis", di Albertina Carri (Quinzaine des Réalisateurs)

L'archetipo dell'amore tra un uomo e una donna che si divorano con lo sguardo e si (con)fondono negli amplessi: fratello e sorella, l'unione perfetta. Al suo terzo lungometraggio, la giovane cineasta argentina indaga i disastri familiari come Lucrezia Martel, facendo dirigere il suo sguardo dagli adolescenti.

Ancora un altro film argentino che meriterebbe nuovi spazi distributivi. La giovanissima regista (di cui se ne parla un gran bene) è prodotta da Pablo Trapero, apripista del cinema argentino, soprattutto con Mondo Grua. Senza dimenticare che l'ultimo Festival di Torino ha premiato come migliore film Los Muertos di Lisandro Alonso. Ma questo cinema sembra più avvicinarsi a quello di Lucrezia Martel che sorvola sul costume tendenzioso di indagare l'alienazione generazionale, dirigendo lo sguardo sulla famiglia e sulla stretta di sangue "infetto". Proprio con una goccia di sangue si apre il film: storia incestuosa all'interno di una famiglia dell'alta borghesia, dove gli adolescenti sono l'elemento destabilizzante dell'ordine costituito. L'archetipo dell'amore tra uomo e donna che si divorano con lo sguardo e (con)fondono negli amplessi: fratello e sorella, l'unione pura e perfetta. Nel suo film più famoso, Los rubios (2003), Albertina Carri smuove la (non) memoria adolescenziale, anche se nel precedente lavoro tutto é incentrato sul periodo dittatoriale. "Erano biondi quelli portati via, i desapararecidos"... O forse portavano una parrucca, avevano i capelli tinti". La memoria rimuove, mette in un angolo i ricordi ingombranti o pericolosi, li disperde come schegge riabilitanti per un presente e un futuro più chiaro. Proprio sul ricordo mancato, sulla memoria forzata, sull'indifferenza giovanile, che lascia scorrere le passioni per fuggire dal comando indifferente e lontano, si spiega anche il lato più caratteristico del nuovo cinema, ovvero la parata della nuova società mescolata a drammatici eventi. Come ne La cienaga, la mamma pensa di andare a comprare i quaderni per i figli nella vicina Bolivia, mentre la piscina di casa pullula di erbacce, così la madre di Geminis crede di avere tutto sotto controllo, sa essere affettuosa e pericolosa all'unisono, senza soluzione di continuità. La famiglia, nei paesi in crisi economica ed identità, resta un modello esplicativo e permeabile proprio quando le crepe aprono dinamiche inaccettabili. La scoperta del disordine non sfugge al corpo e all'anima, senza tremori, ma con la frenesia rigida del controllo della fissità occlusiva, che inquadra la promiscuità mai completamente, ma solo ai margini paludosi e selvaggi. Non si tratta d'istinti primordiali, ma di viscosità naturale, ancora forse immatura, di giustapposizioni sensoriali, ancora probabilmente troppo segrete: transizione del corpo e non transazione dell'anima (cinematografica).   

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