CANNES 58 - "Princess Raccoon", di Seijun Suzuki (Fuori Concorso)
Un fuori/dentro folle e stupefacente. Tra gli ultimi colpi del Festival, l'ultima magia di Suzuki (ottantaduenne, al quarantesimo film) che non conosce l'età della chiusura, ma la vitalità dell'occhio interminabile scrutante nuovi spazi immaginabili. Scheggia sacrilega che sbrindella il cinema di genere.

Parte un altro viaggio visuale allucinante, che trapassa l'immaginazione cinematografica. Un fuori/dentro folle e stupefacente: vitalità dell'occhio interminabile che scruta nuovi spazi immaginabili. Scheggia sacrilega che sbrindella il cinema di genere. In questa ultima magia, Suzuki si avvale anche della magnifica presenza di Zhang Ziyi. Suzuki sembra scrutare il futuro e ci si chiede ad ogni movimento quanto manchi (se manca) al culmine supremo. Cornice di riferimento del teatro Kabuki, dell'opera Tanuki e del Noh, delle arti visivi tradizionali giapponesi, della pop art, e del rock'n roll moderno, che vanno oltre il quadro teorico e si fanno spazio entro il quale e a partire dal quale si aprono nuove implicazioni, nuove relazioni. Gradualismo e subitismo, coscienza ed azione: la realtà piatta modificata con il pensiero dividente. Ispirato ad uno spettacolo musicale degli anni '50 (titolo originale, Operetta Tanukigoten), quello di Suzuki è, ancora una volta, cinema delle aperture che non si limita all'osservazione della realtà, ma sconfina nella ricerca della verità individuale e quindi incontenibile. Per occhi e orecchie non giapponesi è come violare i confini del formalismo estetizzante e delle presunte "cadute" didascaliche di narrazione: l'illusione è nel credere di vedere con gli occhi e ascoltare con le orecchie. Mosaico visivo e "tableau vivant" fiabesco da cui si sottrae l'illuminante: vedere con la mente, con la certezza di rappresentare la forma permanente di un solo e intenso quadro. Se, tra gli altri, Tarantino (che fagocita Tokyo Drifter per l'incipit di Kill Bill Volume 1), John Woo (che lo mette tra i primi dieci registi al mondo) o Jim Jarmush (vedi l'omaggio al regista in Ghost Dog, utilizzando elementi del film Branded to kill), non hanno mai smesso di venerare Suzuki, è perché quelle composizioni inneggiano alla natura trionfante, alla determinazione di se stessi, alla bellezza cinica e spietata, all'amore burlesco. Cinema concentrico prima ancora che eccentrico: stratificazioni dell'opera aperta che si scopre e si denuda nel mondo di Seijun, il mito che a contatto con la realtà disconosce l'età della resa chiusura.
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