CANNES 58 - "Three Burials", di Tommy Lee Jones (Concorso)
Come Michael Cimino, Tommy Lee Jones getta terra addosso ai suoi corpi, lasciando che siano le pietre angolari del loro essere al mondo. In questo film bellissimo Lee Jones non ha bisogno di costruire il cinema intorno ai suoi corpi, ma di farli vivere nel/col cinema.

Verso il sole. Esiste un cinema che non si dimentica, affascinato dal tempo, impigliato nella trama del nostro esistere, assorbito dentro di noi, nella nostra memoria, in cui tutto continua a vivere; un cinema che ci aiuta, dovrebbe aiutar(ci), ad evadere dagli spazi chiusi, dalle ipocrisie, dal disamore, dalla solitudine, dalla sepoltura delle/nelle parole con cui ci si esprime o ci si vuole esprimere, senza guardarsi dentro, ma solo guardandosi vivere, guardare, sentire, se stessi esposti all'esistente, legati/(ma)andati senza re-missione (sentimento espresso da Jarmusch e, in antitesi, da Gus Van Sant). Eppure scrivendo di emozioni le parole dovrebbe (muoversi) venire da sé, quasi senza ricercarne il senso, altrimenti anche per ciò, che crediamo, ci abbia colpito nell'intimo dovremmo dire: "Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere" (citazione pentita, tutti dovremmo esserlo), ma forse più che non poterne, spesso non vogliamo parlarne/scriverne, forse (ancora dubitativi), perché sarebbe come scrivere delle lettere, in cui mettersi davvero in gioco e scoprire/perdersi (in) se stessi... Ma ritorniamo al cinema, anche se dovremmo (poter) dire alla vita, perché il cinema non è, non dovrebbe essere l'unica cosa.
La prima cosa che ci viene in mente dopo aver visto Three burials, los tres entierros de Melquiades Estrada, opera prima dell'attore americano Tommy Lee Jones, presentata in concorso al Festival, è la fuga dalla morte o verso la vita (questione di prospettive, senza ripetersi) di Brando Blue Monroe in Verso il sole, l'ultimo capolavoro di Michael Cimino presente proprio qui a Cannes nel 1996: la bellissima sequenza finale, il dissolversi, letteralmente, del corpo malato (la malattia era il cancro allo stomaco) del giovane meticcio indiano, dopo il suo viaggio (di purificazione?) in terra; più che Wenders, in concorso qui con Don't come knocking, film da noi amato, in Cimino si è davvero tra cielo e terra (anima e corpo, animus e humus), l'uomo non può non essere umile, essendo a/sulla terra (ritorna Van Sant, ormai spettro nella sua Stairway to Heaven); così anche in Tommy Lee Jones (il suo film parte dalla scoperta del corpo del giovane messicano Melquiades Estrada, ritrovato in pieno deserto. Le autorità locali, senza indagare sull'accaduto lo fanno seppellire nel cimitero pubblico. Pete Perkins (lo stesso Lee Jones) riuscirà a scoprire l'assassino e a costringerlo a portare l'amico ucciso verso il suo paese natale, il Messico, per seppellirlo lì). Il film di Tommy Lee Jones è, si, un viaggio intensissimo nel cinema western, attraverso un western crepuscolare e senza eroi, un cinema immerso negli spazi aperti e selvaggi del deserto texano e messicano, ma è anche un lungo viaggio di sofferenza e di remissione, come ritorno ad abitare il mondo, continuare ad avere un mondo (la casetta di pietre accanto alla quale viene sepolto Melquiades) e se Wenders costruisce una metaforica casa intorno a Howard Spence/Sam Shepard con una panoramica circolare, nella sequenza in cui Howard è seduto su un divano all'aperto, Lee Jones, come Cimino, getta terra addosso ai suoi corpi, lasciando che siano le pietre angolari del loro essere al mondo. In questo film bellissimo Tommy Lee Jones non ha bisogno di costruire il cinema intorno ai corpi, ma di farli vivere nel/col cinema.
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