TV Turbe Visive
La definitiva confessione di uno spettatore in libertà vigilata dalla provvisorietà del suo sguardo. Un viaggio senza ritorno ai limiti della conoscenza tra le dimensioni assurde e sconnesse del grande e piccolo schermo.

Se mi trovassi di fronte ad una scelta estrema, vitale, irrinunciabile, tra lo scegliere che cosa conservare della mia memoria, prima che ogni piccolo neurone ceda il passo all'inevitabile formattazione finale del mio sistema nervoso centrale, non avrei dubbi: una serie di immagini in movimento. Non ancora cinema, ma già fotografia.
Ecco allora che i tanti innocenti anni passati ad ammirare estasiato cartoni animati made in sol levante, telefilm a stelle e strisce, e un infinità di pellicole recuperate e trasmesse a ciclo continuo dalle lontane terre di Cologno Monzese e Viale Mazzini, hanno fiaccato il mio corpo. Arrivato ad uno stato terminale non riesco più a soffrire dell'esplosione tardo novecentesca per cui l'immagine trasmessa all'interno di un parallelepipedo, dalle forme non proprio originali, è la verità. Ogni tipo di informazione, evento, microgrammo di storia contemporanea è stata tritata, ingoiata, digerita attraverso l'universo proteiforme che si dispiega dietro l'innocente perfezione di uno schermo oscuramente indifferente. La tv respira con chi guarda, poiché assume la durata stessa della vita. Siamo giunti, colpevolmente?, alla completa e radicale convinzione che tra realtà e finzione, tra ciò che sta al di là del piccolo schermo e la vita che si svolge davanti non esista la benché minima differenza.
La tv, che è come la vita, respira 24 ore su 24 mentre mangi, dormi, leggi e anche quando il video è spento sai che lì, ai margini del vetro, l'immagine in quel preciso momento esiste, comunque ti vede mentre tu la guardi e non la vedi ( il video è spento), ma ti vedi magari riflesso sulla superficie vitrea inquadrato dai tuoi stessi occhi, e puoi tirare un sospiro di sollievo perché sai che il film della tua vita c'è comunque, resta in fase di produzione-proiezione. Tutto questo manca all'istituzione cinema, che non coincide con la vita come forse un tempo sapeva fare. Una volta il divismo, le grandi narrazioni, l'aura della sala, la forte tenuta dei generi costituivano un immaginario collettivo e condiviso. Il nome sopra il titolo: Welles, Ford, Hawks, Wilder, De Sica, Rossellini, Bunuel, Kubrick, Ozu, Fellini. Prima si andava al cinema, oggi si va a vedere un film, quel film. ( Ricordo ancora mia nonna, divoratrice di serial televisivi, ma allo stesso tempo innamorata dell'elegante Amedeo Nazzari, chiedermi prima dell'inizio di un film: " Chi ci lavora?" E vedere la sua espressione rilassata e compiaciuta quando rispondevo: " Nazzari e la Sanson" ).

Persa definitivamente la possibilità di rappresentare un unico mondo, lontano e irraggiungibile, il cinema ridefinisce le sue possibilità.
La forma cinema, perfetto enzima estetico catalizzatore delle enormi (re)azioni artistiche contemporanee, esplode. Prende d'assalto ciò che era rimasto fuori dai margini del grande schermo, si diffonde ovunque. La produzione di immagini, ora in milioni di pixel, definisce lo stato attuale del nostro presente. Viviamo nella continua e multiforme generazione di rappresentazioni della realtà. Lo specifico filmico, il sostrato concettuale che un tempo era l'assoluto del cinema, ciò che il critico attento e rigoroso dovrebbe riconoscere, evidenziare, decantare, forse non è mai esistito. Esiste, e si è evoluto negli anni , un apparato tecnico che ha permesso al cinema di fotografare ciò che si stagliava davanti l'obiettivo della macchina.
Origine tecnologica del mezzo. Ma dopo più di cento anni di stori(a)e riprodotte dall'apparato cinematografico, la vita di un film, di ogni film, è ormai frammentata, sdoppiata inevitabilmente esplosa ( sala, tv, vhs, laser disc, dvd, satellite ). Le schegge di un cinema impazzito, fuoco sacro sfuggito al controllo delle sue secolari vestali ( critici, intellettuali, registi ), hanno intaccato ogni fragile riserva mediatica.
Abbattuti gli steccati, una piccola verità salta fuori. L'autore giovane, scoperto dal coraggioso critico militante, il contenitore televisivo strucult di trash, hard e altre cosucce, i generi cinematografici, le correnti, la serialità industriale, le avanguardie e gli esperimenti elettronici, tutto il cinema ad ogni latitudine, a qualsiasi livello, è oggetto di riconoscimento da parte degli addetti ai lavori e premiato dal numero degli spettatori. Ciò che un tempo era visto da molti, riscoperto poi da alcuni, è oggi venerato da tanti. Come un immenso ciclo, il cinema, quello vero, elimina ogni forma di quadratura estetico critica, nessun giudizio è definitivo, nessuna storia del cinema è mai conclusa.
Così alle prese con l'ennesima centrifuga estetico-critica possiamo davvero trovare una differenza tangibile tra l'analfabeta del linguaggio cinematografico e l'accanito semiologo? Tra chi ama il cinema, visceralmente, e chi studia il cinema, intellettualmente? Forse no, nel nostro presente non più. Invadendo altri spazi, altri luoghi di trasmissione, il cinema ha disorientato il puro cinéphile ne ha pesantemente compromesso le robuste fondamenta affondate in saldissime dottrine della visione. Il caos-cinema creato dal cortocircuito tecnologico apre le porte al puro sentire dello spettatore, affidandosi unicamente alle imperfette armi dello spirito e dei sentimenti si può rintracciare in un universo divenuto intangibile le radici di un amore viscerale, infinito e sorprendente per le immagini in movimento. Il visto del mio sguardo, pellicola in forma di retina impressionata da milioni di immagini, e il vissuto del mio corpo, mosaico di storie passate, attraversano il mio cinema. Prima televisione, poi sala buia, da sempre pellicola oggi codice binario. Pronti ad essere di nuovo sommersi dalla prossima ondata di immagini provenienti da chi sa quale paese lontano, prigionieri dagli eyes wide shut, in attesa dell'ennesima stupefacente prova del cinema, pardon, della vita.
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