Venezia 62 - "Fragile" di Jaume Balagueró (Fuori Concorso)
"Fragile" è un horror attraversato da attese impalpabili, un labirinto di stanze e segreti che affonda nella memoria per riemergere nell'inquietante presenza di una infermiera fuggita dalle tenebre dell'al di là che finisce per imboccare false piste ed improbabili derive autoriali...

Altre inquietanti entità allungano la loro ombra sulla kermesse veneziana: dopo gli esorcismi raccontati da Scott Derrickson in The Exorcism of Emily Rose ecco arrivare gli incubi visivi dello spagnolo Jaume Balagueró discusso regista di horror d'autore come Nameless e Darkness. Anche questa volta, come nei film precedenti, le venature orrorifiche della storia si nascondono lungo le pieghe di una messa in scena che attraversa pratiche di "medicalizzazione" e "normalizzazione", scenari clinici e spazi di reclusione ed emarginazione. Squadrato fra le stanze ed i corridoi di un ospedale pediatrico pronto per la chiusura, ed avvolto lungo il corpo di un'infermiera che inizia a percepire strane presenze ed oscuri segreti racchiusi fra queste mura in odore di demolizione, Fragile è un horror attraversato da attese ed atmosfere impalpabili; un labirinto di stanze e segreti che affonda nella memoria per riemergere nell'inquietante presenza di una infermiera fuggita dalle tenebre dell'al di là.
Fin qui gli snodi di una trama che rovista con accuratezza fra i luoghi "classici" di una certa cinematografia horror: l'ospedale abbandonato e maledetto ricorda The Kingdom e, con qualche variazione spaziale, la fabbrica di Session 9; la paura infantile dei degenti bambini è la stessa raccontata da Guillermo Del Toro in El Espinazo del Diablo e, più di recente, da Pascal Laugier in Saint Ange; mentre i brividi suscitati dalle improvvise apparizioni dell'infermiera fantasma richiamano evidentemente l'ultimo cinema horror asiatico. Ecco perché, pur non offrendo immagini e suggestioni particolarmente originali, Fragile presenta tutti i requisiti per intaccare lo sguardo dello spettatore scatenando ansia e paura; peccato però che Balagueró, un po' come accade nelle due opere precedenti, non riesca a trattenere ambizioni autoriali che finiscono inevitabilmente per trascinare il film verso derive che non gli appartengono imboccando false piste lastricate da svolte improbabili e scelte stilistiche inopportune. Così, a tratti, l'horror si stempera in un dramma intimista che naufraga fra le note di una colonna sonora melanconica e ridondante; mentre alcune sequenze suggeriscono significati metafisici che rimandano direttamente al cinema di Shyamalan (ma anche l'invenzione della fragile "ragazza di vetro" sembra sbucata da una delle vignette filmiche di Unbreakable...) senza approfondirne adeguatamente spunti e tematiche. L'impressione finale è di un'altra occasione sprecata per un regista dotato di indiscusso talento ma ancora incerto nella costruzione di un cinema autenticamente di "genere".
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