VENEZIA 62 - "Pavee Lackeen" di Perry Ogden (Settimana della critica)

Il regista inglese Perry Ogden gira un film che sembra un documentario, un ritratto fedele di vite ai margini. Punta però più sull'aspetto sociale, si limita alla semplice quotidianità, indugia su scene apparentemente banali e, con sguardo discreto e severo, congela qualsiasi emozione

I Pavee irlandesi sono i Travellers, comunità di persone che per scelta vivono ai margini del sistema, sistemati in  roulotte e caravan alla periferia dei centri abitati. Potrebbero essere paragonati agli zingari, ma a differenza loro non hanno una specifica identità etnica. Pavee Lackeen (The Travellers girl) è proprio il ritratto di una famiglia pavee, quella della piccola Winnie (Winnie Maughan), alle prese con i problemi quotidiani. Winnie è una ragazzina che, in fondo, sogna di integrarsi, desidererebbe entrare in una scuola, sposarsi e poter andare dal parrucchiere, coltivare la propria passione per il disegno, ma il suo stesso stile di vita crea una barriera che neanche gli assistenti sociali o i vari attivisti possono infrangere. La mamma Rose, dal canto suo, ha noie continue con le forze dell'ordine e le istituzioni, che la invitano a trovare un'altra sistemazione per sé e la sua famiglia, eppure non fa alcunché per cambiare la situazione. Pur adottando tecniche proprie del documentario, macchina a mano, fotografia digitale povera, assoluta fedeltà alla realtà fotografata, il regista Perry Ogden rifugge da ogni intento prettamente didascalico, sceglie di imbastire una sceneggiatura, pur lasciando libertà d'improvvisazione, e affianca ai veri e propri travellers attori professionisti. La sua tecnica di pedinamento e la scelta di porre al centro della storia una ragazzina possono ricordare tanto cinema neorealista e i film dei fratelli Dardenne. Ma mentre questi ultimi mettono continuamente i loro piccoli protagonisti di fronte ad importanti scelte morali, facendo emergere un'emotività potente, Ogden punta più sull'aspetto sociale, si limita alla semplice quotidianità, indugia su scene apparentemente banali e, con sguardo discreto e severo, congela qualsiasi emozione. Ne viene fuori uno spaccato fedele di vite difficili, dove l'emarginazione e le difficoltà di "normalizzazione" emergono dai fatti nudi e crudi e non dalle dinamiche del racconto. Epperò, fuggire continuamente dalle emozioni può portare ad un'eccessiva freddezza: il rischio di Pavee Lackeen è proprio quello di risultare un film troppo distante, ostico, di non immediata fruizione. Solo nel finale Ogden si concede una nota di lirismo. Winnie, la carrozzella, il cielo plumbeo di Dublino, le squallide roulotte viste in lontananza, l'unico commento musicale di tutto il film: l'immagine di una bimba che si incammina verso il suo destino da deracinè. 

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