VENEZIA 62 - "Four Brothers", di John Singleton (Fuori concorso)

Quello di Singleton è un film pieno di rabbia, esplosivo e al tempo stesso di entrare nel "privato" dei protagonisti, dove le geometrie sono totalmente impazzite, con una colonna sonora trascinante e che si trasforma, nella potenza con cui filma la rabbia e la velocità, in una specie di western metropolitano.

Sembra abbastanza curioso che due film proiettati a Venezia nella stessa giornata come Symphathy for Lady Vengeance del coreano Park Chan-wook e Four Brothers di John Singleton sono accomunati dall'utilizzo degli spazi innevati e dal tema della vendetta, segno di una strana continuità dello sguardo nel moltiplicarsi e nella frammentazione di Venezia 62. E quello di Singleton è un film pieno di rabbia, esplosivo e al tempo stesso di entrare nel "privato" dei protagonisti, dove le geometrie sono totalmente impazzite. Ambientato a Detroit, il film vede protagonisti quattro fratelli che si riuniscono dopo che la madre adottiva è stata uccisa durante una rapina a mano armata. I fratelli Mercer, Bobby (Mark Whalberg) che è da poco uscito di galera), il donnaiolo Angel (Trese Gibson che aveva già lavorato con Singleton in Baby Boy), l'imprenditore fallito Jeremiah (André Benjamin) e il patito di hard rock Jack (Garrett Hedlund) decidono di vendicarsi ricercando sia i killer sia i loro mandanti. Sui luoghi della vendetta Four Brothers e anche sui luoghi del ghetto che aveva già caratterizzato Boyz'n the Hood. La scrittura robusta di David Elliott e Paul Lovett entra nel cuore del rapporto tra i quattro fratelli: il loro riavvicinamento al funerale della madre adottiva con squarci alla Kasdan di Il grande freddo, il loro legame evidente nelle scene della patita di hockey e nella cena per la Festa del Ringraziamento, i loro scontri nel momento in cui Jeremiah viene accusato di essersi intascato del denaro dell'assicurazione della madre. Quindi Four Brothers è autentico film familiare, di un'intimità autentica e sconvolgente come Baby Boy ma anche cinema di strada, che filma la velocità nelle scene d'azione alla stessa maniera di 2Fast 2Furious e Shaft, che entra nei luoghi della polizia corrotta e nella gerarchia delle gang criminali ed è un accumulo progressivo di emozioni anche grazie alla colonna sonora che comprende brani di Jackson 5, Marvin Gaye e Kayne West. Ma Four Brothers è soprattutto un western metropolitano. Il film infatti, tranne lo spazio di Detroit, contiene a livello narrativo e a livello di costruzione visiva, tutte le forme del genere. E il western riemerge nell'immagine della camminata dei quattro fratelli e soprattutto in quel fantastico finale, dove Mark Walberg appare in quella distesa innevata che è come lo spazio del deserto, con Bobby che emerge dalla nebbia. Come un cavaliere della valle solitaria risorto, come un eroe malinconico senza terra, alla ricerca di quella pace per se e per la sua famiglia che fino a quel momento gli è stata negata. Ed è proprio in questi spazi vuoti, in queste dilatazioni che Four Brothers diventa anche puro cinema visionario, con la madre che prima appare ai Jeremiah, Angel e Jack durante la cena del Ringraziamento e nel finale a Bobby, è proprio in questi spazi vuoti, in queste dilatazioni che si materializza il miracolo.    

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