VENEZIA 62 - "Bubble" di Steven Soderbergh (Fuori concorso)
Un insolito triangolo sentimentale in una provincia yankee povera e proletaria finisce in tragedia: Soderbergh torna ai toni minimalisti degli esordi ma la sua operazione ha il sapore dell'ennesima esercizio di stile di un regista volubile e camaleontico...
Bastano poche inquadrature di Bubble per comprendere che, con questo piccolo film, l'eclettico Steven Soderbergh ha deciso di tornare a quel cinema scheletrico ed essenziale che, più di dieci anni fa (ricordate Sesso, bugie & videotape?), aveva rivelato il talento del regista canadese al grande pubblico. Un cinema volutamente minimalista ma anche impietoso nello scoprire i nervi di una provincia yankee povera e disperata.
La stessa comunità di perdenti che abbraccia la storia di Martha e Kyle: lei avanti con l'età, un padre anziano a carico, ed una vita che corre via fra molti chili di troppo ed una fabbrica di bambole; lui un ragazzino che vive con la madre e lavora nella stessa fabbrica di lei sperando in una svolta che sembra non arrivare mai. Sullo sfondo un'amicizia morbosa, un legame sottocutaneo che sfiora i confini della normalità e precipita quando in fabbrica arriva la bella Rose, ragazza madre e ladra d'occasione. L'insolito triangolo finisce in tragedia con l'omicidio della terza incomoda ed il carcere per l'assemblatrice di bambole.
È tutta qui lesile ossatura narrativa di questo dramma della disperazione che Soderbergh gira asciugando ogni sentimento ed emozione, prosciugando il set da passioni ed pulsioni sensoriali. Un film che potrebbe ricordare un racconto di Raymond Carver se nel finale, proprio mentre scorrono i titoli di coda, non comparisse la firma di Soderbergh, quasi una dichiarazione di appartenenza che immediatamente produce una scarto di verità nelle immagini appena "autografate". Perché alla fine la perfezione formale di Bubble finisce per assomigliare all'ennesimo esercizio di stile di un regista camaleontico e volubile; un ottimo costruttore di immagini che, però, non riesce quasi mai a far aderire il suo cinema ai corpi, ai luoghi ed agli spazi. La forma è solo un principio d'ordine capace di ristrutturare il reale, di incasellare le emozioni in un teorema filmico che può variare fra il minimalismo più estremo e la saturazione di ogni inquadratura (vedi Traffic, Ocean's Eleven, Ocean's Twelve). Senza mai suggerire l'adozione di una prospettiva su mondo e sul modo di rappresentarlo, senza mai trasmettere allo spettatore quella "credenza nel mondo" che, secondo Gilles Deleuze, distingue un autore da un ottimo confezionatore di immagini in movimento.
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