VENEZIA 62 - "Sympathy for Lady Vengeance", di Park Chan-wook (Concorso)
Dopo "Sympathy fon Mr. Vengeance" e "Old Boy", ecco "Sympathy for Lady Vengeance", l'atteso capitolo finale della "trilogia della vendetta", ordita con sanguinaria ironia da Park Chan-wook

Prima il padre, poi il fratello, infine la madre... La triangolazione si compie chiaramente nel segno della famiglia: dissacrata nel suo impulso all'unione e preservazione, pronta ad implodere nell'atto impietoso di una vendetta che, se agisce nel nome dei corpi (da punire, rivendicare, martoriare...), in realtà è per definire l'identità stessa dei personaggi. Gioco lucido e maniacale, quello di Park Chan-wook, chiaramente antifilosofico (per quanto l'impressione di fondo potrebbe essere quella), perché nettamente pulsionale, profondamente istintivo, in qualche modo arcaico... Dopo Sympathy fon Mr. Vengeance (2002) e Old Boy (2003), ecco in Concorso a Venezia 62 l'atteso capitolo finale della "trilogia della vendetta", ordita con sanguinaria ironia da Park Chan-wook, Sympathy for Lady Vengeance. Dove tutto è più razionale, concepito nel ventre di un dolore da lenire con determinazione femminile, invece di esplodere nella furia viscerale ed estrema che segnava le parabole dei primi due capitoli. La prospettiva è speculare rispetto a quella di Mr. Vendetta, s'incarna ancora e sempre nel tema della separazione, della sottrazione, del rapimento. Ma questa volta è una madre a perdere la figlia, subendo per giunta il martirio di essere accusata d'un rapimento con infanticidio che non ha commesso. Non a caso il suo destino è quello della santità, celebrata nell'iconografia un po' cattolica e un po' dark che accompagna il film e offerta all'intreccio soprattutto nella prima parte della pellicola, quella carceraria in cui il dramma non a caso si fonda.
Lady Vendetta è Geum-ja, una giovane donna dall'aria dolce e serena, che esce di prigione dopo tredici anni di carcere scontati per aver rapito e ucciso un bambino di sei anni. Il suo unico scopo è, naturalmente, trovare la strada per vendicarsi dell'uomo che l'ha costretta a farsi carico di una gravissima colpa, gettandola nel baratro di una prigionia vissuta da lei con uno spirito di contrizione e una dedizione verso le compagne che ne ha fatto quasi una santa. In realtà il suo animo è tormentato da un dolore che ha a che fare con un'altra bambina, la sua, per salvare la quale qualcuno a suo tempo l'ha costretta a farsi carico di quel delitto non commesso. E ora quel qualcuno è al centro delle sue spietate e tenaci attenzioni, destinato a pagare per la sua colpa, ma non certo a liberarla dalla sofferenza del suo destino. Perché, in fin dei conti, quella che pratica Park Chan-wook è l'epica del non perdono elevata all'ennesima potenza, coniugata però nei temi di una impietosa umanità, che soffre giorno dopo giorno nell'eterna sospensione tra delitto e castigo. Il tema della separazione (peccato originale imposto dalla Storia alla Corea) diviene traccia di sangue da seguire sino in fondo per ricomporre un'identità. E infatti è nel segno della vendetta che avviene la nominazione dei personaggi, la verifica del loro essere infine persone integrali, ricomposte...

La trilogia, del resto, si rispecchia perfettamente in questo capitolo conclusivo: stile portato all'enfasi strutturale, una innata tensione figurativa verso la ridondanza, la capacità di visualizzare in termini grafici la contraddizione tra atti ed emozioni, l'intreccio ostinato tra passato e presente, memoria ed attesa, destino e libero arbitrio: sono le coordinate che fanno grande il cinema di Park Chan-wook e governano anche Sympathy for Lady Vengeance. In realtà non tocchiamo le vette di Old Boy, che resta il capolavoro della serie, quello che più degli altri visualizza il dramma in termini assoluti, forse perché si costruiva radicalmente sul chiasmo tra vittima e carnefice, sulle ipotesi di sovrapposizione tra colpa e castigo, o forse perché lavorava più dalla parte del patimento che da quella della vendetta. Resta lo stile tortuoso e ipnotico di Park Chan-wook, con un inizio che confonde le carte, sovrappone eventi e racconto in un intreccio spiazzante, ma poi il tutto ritrova una traccia unitaria e la parte finale si spinge in un momento di alta drammaticità, risolto comunque dal regista con una forte dose di contraddittoria ironia. In gioco restano sempre i limiti del nostro senso umano, la capacità di essere artefici di un giudizio che vede nella vendetta il discrimine tra delitto e castigo anche nell'animo di chi è o crede di essere innocente.
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