VENEZIA 62 - Franco Battiato e le regole del gioco

Battiato ha perduto l'amore per il cinema? Per niente. La sua voce bassa e laconica, però, dichiara il rifiuto a rispondere ad una semplice domanda rivoltagli in conferenza stampa. Ma poi ci ripensa.

Non ci riesce, Battiato. Alla puntuale e onnipresente domanda sugli eventuali modelli a cui si ispira il suo cinema, Battiato non ce la fa a rispondere. E si rifiuta, altero e cortese insieme, di farlo. "Preferirei non rispondere, a questa domanda. Grazie.", dice a voce bassa e laconica, aprendo una voragine di silenzio tra i convenuti che dura quindici interminabili, imbarazzati secondi.
Una nebbia che cala sull'uditorio, e che si dirada solo quando il mediatore, ricompostosi, cerca di coinvolgere almeno Sgalambro in una discussione che fin da subito si era messa male. Mentre il filosofo, interrogato sulle motivazioni che lo hanno condotto verso la sua nuova veste di narratore, iniziava a rispondere, lo sdegnoso ma di certo riflessivo Battiato iniziava a rimuginare sull'effetto delle parole dette, ma soprattutto di quelle non dette. Così, da una parte Sgalambro ragionava sul fatto che l'università, ed il mondo accademico in generale, non offre più ospitalità ad una filosofia che voglia esercitarsi nel superare i limiti del pensiero: eccola allora uscire dai luoghi eletti per esporsi su qualsiasi altro palcoscenico pubblico, come quello musicale o quello cinematografico; dall'altra, nel frattempo, Battiato preparava - consapevolmente o no - la giustificazione alla sua mancanza di tatto e di voglia di prestarsi al "gioco della conferenza stampa". Ed è stato così che, coraggiosamente interpellato da un altro intervenuto su tutt'altro argomento, il multiforme artista ha confessato indirettamente tutta la verità sul suo atteggiamento: "I luoghi comuni mi fanno venire una specie di allergia... quando vedo che qualcuno copia un altro che copia un altro che copia un altro, divento assolutamente pazzo...". Rifiuto del luogo comune, quindi, e dell'imitazione dei modelli in campo artistico: ecco la risposta mancata; ma anche insofferenza verso la ripetitività della liturgia festivaliera, con le sue precotte domande retoriche da servire ad ogni convivio.
Qualcuno, più malizioso, aggiunge che l'accoglienza non proprio trionfale ricevuta dal film abbia fortemente indisposto Battiato; un'ipotesi che trova conforto in una successiva dichiarazione dell'artista, tesa ad esaltare la sua esperienza registica come una sorta di ritorno al passato, una riacquisita verginità espressiva, uno scioglimento dei vincoli che lo legano, in campo musicale, a quello che potremmo definire il suo pubblico. In campo cinematografico, ha dichiarato, "non ho obblighi", aggiungendo poi che "in questi giorni ho considerato che ho fatto veramente bene a fare questo film".
Comunque la si pensi, partecipare ad un festival oppure ad una conferenza stampa non è per nulla obbligatorio. C'è chi odia le formalità, chi ne fa una ragione di vita; chi detesta i flash, chi vive nel terrore che i riflettori possano spegnersi. Nel cinema, come nella musica, questi estremi sono particolarmente evidenti, e fanno parte - come le infinite sfumature tra essi contenute - delle regole del gioco. E l'unico modo per non rispettare le regole è non giocare.

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