VENEZIA 62 - "Everything is illuminated", di Liev Schreiber (Orizzonti)
Debutto alla regia per l'attore americano Liev Schreiber. Girato con uno stile che ricorda gli autori dell'est degli anni '70, pur con i suoi difetti strutturali e narrativi, questa sorta di "road movie", prodotto low budget della Warner, impressiona per la sua riflessione mai retorica sul ricordo, il ritorno, la ciclica temporalità degli eventi.

Debutto alla regia per l'attore americano Liev Schreiber. Lo avevamo visto a Venezia l'anno scorso accanto a Meryl Streep e Denzel Washington in Manchurian Candidate di Jonathan Demme. Trasposizione dell'omonimo magnifico primo libro autobiografico del nuovo talento letterario statunitense, il giovanissimo Jonathan Safran Foer (quest'anno in Italia è uscita anche la sua seconda opera, Molto forte, incredibilmente vicino), già accostato per stile e maestria a Dave Eggers. Gli effetti dell'Olocausto sui sopravvissuti e sui loro familiari, sul rapporto tra passato e presente. Un giovane è alla ricerca di una donna che salvò suo nonno in una cittadina dell'Ucraina cancellata dalle carte geografiche in seguito all'invasione nazista. Ad accompagnare il giovane giunto ad Odessa, un coetaneo ucraino (interpretato dallo stesso scrittore Safran Foer) che gli fa da guida insieme con il nonno e un cane "psicopatico". Alla fine di un viaggio esilarante e sconclusionato, si giunge tra i girasoli e in mezzo a quel campo che fino al 1942 fu occupato da una piccola città ebrea, rasa al suolo e seppellita insieme ai suoi oltre mille abitanti. Girato con uno stile che ricorda gli autori dell'est degli anni '70, pur con i suoi difetti strutturali e narrativi, questa sorta di "road movie", prodotto low budget della Warner, impressiona per la sua riflessione mai retorica sul ricordo, il ritorno, la ciclica temporalità degli eventi. Il paradosso del regista (e dello scrittore): porre un giovane ebreo dinanzi al tempo non come espressione lineare nell'attesa della salvezza, ma come ciclicità rigenerativa, ricreativa. Far parte di questo mondo ma elevarsi dallo stesso: le due istanze che lottano nell'anima del popolo della Torah, "eletto" dal supremo. Ma tutto questo si confonde con la vita di tutti i giorni, quando sei costretto a rincorrere un istante, a coprire un'assenza che ti assale. Quegli oggetti nascosti sotto terra dai condannati a morte prima dell'esecuzione, non sono li per noi, ma viceversa, siamo noi ad essere nei luoghi dove li si possa cercare, con la luce che ogni cosa propaga.
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