VENEZIA 62 - "Naboer", di Pål Sletaune (Giornate degli Autori)
Non lesina emozioni forti e drammatici toni erotici il norvegese Pål Sletaune. Il film viaggia sui toni del thriller psicologico, ma il gioco eccessivo e duro che pratica, denuncia, alla lunga i limiti genetici di un film complessivamente ben girato

Emergono, lentamente, ma una volta emersi, in rapida successione, i limiti narrativi e soprattutto di scrittura che un film come Naboer si porta dietro, quasi come una tara genetica. John è stato abbandonato dalla propria donna e un presente improvvisamente inquietante gli (e ci spiegherà) il raccapricciante passato.
Non lesina emozioni forti e drammatici toni erotici Pål Sletaune regista norvegese alla sua seconda prova dopo Posta celere del 1997.
L'incedere del film viaggia sui toni del thriller psicologico e quelli di un'indagine all'interno di una mente occlusa e sprofondata nel baratro della schizofrenia. Ma il gioco eccessivo che Sletaune intende giocare funziona soprattutto nella primissima parte e se il resto avvince il merito va solo ricercato nel "come va a finire". Questi sono i limiti genetici di un film che appare complessivamente ben girato, con un sapiente utilizzo dei primi piani del protagonista che a volte diventano taglienti e un incalzare di effetti sonori che stordiscono e confondono, ma che arriva con eccessiva rapidità ad una conclusione che si fa presto prevedibile.
Pregevole, peraltro, la cura che Sletaune dedica all'ambientazione. Se il mistero della storia, finché dura, vive nella mente di John, vive e si alimenta anche nel labirintico spazio quotidiano che Sletaune inventa, modificandolo e ampliandolo, come in un gioco di specchi deformanti che percorre l'esplicita metafora delle volute cerebrali da cui prende origine il diabolico che ormai ha conquistato la mente di John sotto le esplicite spoglie di due avvenenti donne che lo trascinano nello stretto imbuto della follia.
Sarebbe stata più adatta all'idea, non disprezzabile di Sletaune, un fulminante cortometraggio, piuttosto che il lungometraggio, che funziona, invece, come un cortometraggio più lungo, lo svelarsi della storia è rapido e il film nella parte finale rischia il puro esercizio di stile.
Aspettiamo il regista norvegese ad una successiva prova, con una certa attenzione al suo nome, ma nella speranza che sia riuscito a placare qualche eccesso di troppo e che dia respiro alla storia con maggiore attenzione alla scrittura, il suo cinema non può che essere in via di rapida evoluzione.
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