VENEZIA 62: "C.R.A.Z.Y.", di Jean-Marc Vallée (Giornate degli Autori)

Racconto di formazione in cui l'autobiografismo assume i toni di una struggente resa dei conti in un'opera ambiziosa con toni da commedia e ingenue virate simboliche che avrebbe tratto la tanto ricercata levità dall'epurazione di qualche episodio o, al contrario, dalla serializzazione nel più consono formato televisivo

Lo spettacolo del quotidiano sembra non essere una merce troppo quotata in questa edizione del Festival di Venezia, tutto teso (volente o nolente) all'eccentricità e alla distinzione dai precedenti. Rema controcorrente il regista-sceneggiatore canadese Jean-Marc Vallée con un racconto di formazione in cui l'autobiografismo assume i toni di una struggente resa dei conti con il proprio passato. Quarant'anni di scontri e riappacificazioni in seno alla famiglia Beaulieu scorrono nel ricordo del protagonista Zac, in preda a tentennamenti nell'orientamento sessuale, pecora grigia in una tradizione che non ammette dubbi in materia. In piena adesione al modello romanzesco, le tappe della giovinezza di Zac e le vicende familiari si intrecciano di volta in volta alle grandi svolte della cultura giovanile degli anni '70, il glam rock di Bowie e il punk, disegnando un sistema di interrelazioni calibrato e caotico, di studiata discontinuità, tutto teso a catturare l'irriducibile incoerenza di fondo delle nostre scelte, anche e soprattutto quelle più irrinunciabili. "Change. Change" ripete tra sé Zac, citando ancora il divino fantoccio Bowie, prima di rischiare la vita per la seconda volta: il trasformismo come il tendere infinito a se stessi, all'immagine di un sé che esiste solo nello sguardo altrui: del padre, di Dio (il cui occhio, invisibile, ci osserva dal triangolo raffigurato nel poster dei Pink Floyd che troneggia nella camera del protagonista). In controluce alla puntata bassa del quotidiano emergono quindi le ambizioni più alte, quello di un cinema bigger than life, anche se non sempre la rocambolesca staffetta di abbracci e cazzotti, di toni da commedia (l'invasiva voce over del protagonista, la rapida caratterizzazione dei fratelli) e ingenue virate simboliche (il viaggio e Gerusalemme) sembra imboccare la strada giusta. Sfide vinte e perse in misura equa, quelle (troppe) di C.R.A.Z.Y., che avrebbe tratto la tanto ricercata levità dall'epurazione di qualche episodio; o, al contrario, dalla serializzazione nel più consono formato televisivo, dimensione che Vallée evidentemente conosce e frequenta. Zac e Ziggy Stardust lo sanno: cambiare strada, inventarsi una maschera, non è facile.

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