VENEZIA 62 - "Gabrielle", di Patrice Chéreau (Concorso)

Trionfo dello stile compiaciuto e avvolgente per illustrare un racconto di Conrad che da vita a un cinema totalmente schiavo del suo formalismo, che si ammira allo specchio e in cui entra in gioco il mestiere teatrale e uno sperimentalismo visivo che copia malamente Godard nell'interazione tra immagine e parola

Dal racconto Le retour di Joseph Conrad, il cinema di Chéreau entra all'interno dei conflitti privati lasciando progressivamente sgretolare e rivelare le pulsioni più riposte dei suoi protagonisti. Ambientato nella Parigi della Belle Èpoque, la pellicola vede protagonisti una coppia sposata da 10 anni, Jean (Pascal Greggory) e Gabrielle (Isabelle Huppert). L'uomo, sempre pratico e razionale, sembra riuscire a controllare ogni cosa che lo circonda dal punto di vista sociale, economico e sentimentale. La donna invece, dietro l'apparenza, è infelice e insoddisfatta. Quando lei decide di abbandonare il marito lasciandole una lettera sul tavolo, quella vita borghese apparentemente perfetta va totalmente in frantumi.

Chéreau lascia esplodere i conflitti ma alla fisicità devastante dei due bellissimi film precedenti, Intimacy e Son frére, sostituisce uno stile compiaciuto e avvolgente, fatto di movimenti di macchina circolari, utilizzo della voce fuori-campo, inquadrature lunghissime (come quella iniziale che segue il personaggio di Jean all'inizio del film), passaggi tra bianco e nero e colore, primi piani sui volti dei personaggi in cui il dialogo deve provocare sempre un effetto di turbamento come nei dialoghi tra Gabrielle e la cameriera. Ne risulta invece un film totalmente schiavo del suo formalismo, che si ammira allo specchio in cui Chéreau mette in gioco tutta la sua tecnica di regista teatrale nell'utilizzo dello spazio e nell'amplificazione dei dettagli (l'azione ritardata in cui Jean cerca gli occhiali da vista per leggere la lettera che le ha lasciato la moglie), ma anche forme di uno sperimentalismo cinematografico che sembra guardare Godard nell'interazione continua tra immagine e parola; ci sono infatti momenti dove le frasi scritte invadono tutto lo schermo. Alla fine Gabrielle risulta un film compiaciuto, dove il mestiere - evidente anche nelle prove di Pascal Greggory e Isabelle Huppert - della messinscena prevale sull'urgenza di affrontare una crisi personale e quegli abissi del mondo letterario di Conrad. Chéreau non entra più dentro le tensioni dei personaggi ma li guarda perifericamente, illustrandoli più che raccontandoli come in La regina Margot, dove l'esplosione del décors e delle luci lasciano trionfare un cinema puro nel suo vuoto estetismo.

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