VENEZIA 62 - "Les amants reguliers", di Philippe Garrel (Concorso)

Quello che arriva sembrano dei puri respiri, come se Garrel più che riportarci alle atmosfere del tempo - ancora il '68/'69 - riuscisse a regalarci le pulsazioni, i battiti del cuore, le vibrazioni dei corpi, l'odore delle stanze e del fumo, come un post-cinema (espanso?) che ci ricordasse che siamo fatti di sangue, corpi, dolore, amori e desideri

Raccontare cosa fanno i personaggi dei film di Garrel appare sempre impresa vana, quasi impossibile. Si parlano, si muovono, incontrano altre persone, partecipano anche ad eventi, entrano ed escono da camere e negozi, rubano oggetti e attimi di vita...  Ma se poi devi raccontare a qualcuno cosa succede in quel film, non puoi più utilizzare gli strumenti classici della narrazione, come se il cinema del cineasta francese, pur consapevole dei meccanismi del cinema, ogni volta li aggirasse con delle deviazioni spazio/temporali, fuori/dentro le parabole della sceneggiatura, oltre il quadro dell'inquadratura, al di là dei ritmi del montaggio.

Dentro c'è sempre l'arte, la scrittura, la poesia, il cinema, la pittura. Ma non è neppure questo il "centro storico" dei suoi film, dove l'arte sembra essere al contrario sempre un luogo di passaggio, esperienza da attraversare e attraversabile in un crocevia di movimenti impulsivi.

Ecco allora ancora il '68, e il '69, in questo Les amants reguliers, come se quegli anni fossero necessari luoghi in cui penetrare come in un giungla di sensi. In realtà è la condizione umana, quella dei vent'anni, che ci portiamo appresso per tutta la vita. Chi, ormai lontano dai vent'anni, non ha mai sognato, ancora, di esserlo? Ma non il sogno-nostalgia della giovinezza perduta, ma quello concreto, materico, quasi un incubo in cui il nostro inconscio ci ricaccia furtivamente. Garrel sembra sempre raccontarci un sogno/incubo, così come ci trasmette quelle immagini sul maggio parigino, con le barricate, le cariche e gli scontri, non "documenti" realistici o presunti tali, ma quasi soggettive, come se il punto di vista fosse di chi c'era, ma non troppo, senza sporgersi troppo oltre la balaustra dello scontro fisico, ma lì, esseri umani pensanti e ribelli, pronti a rischiare tutto perché quel tutto è ancora così troppo poco. Ecco quei fumi, in un bianconerogrigio che invece di avvicinare il documento storico lo allontana in quanto tale, per ricacciare lo sguardo nella microstoria di chi sentiva l'odore dei lacrimogeni, l'adrenalina della fuga, la paura del rifugiarsi nei portoni, alla disperata ricerca di una via di scampo. Indubbiamente Garrel non è cineasta per tutti. Se se non sei mai stato caricato dalla polizia, non hai tenuto in mano pezzi di selciato da lanciare, se non hai mai corso inseguito, scappando per le scale sui tetti, insomma se non hai mai vissuto certi momenti faticherai ad entrare nelle pulsazioni di questo film. Che sembra raccontare di un gruppo di ragazzi e ragazzi che si fanno d'oppio, poesia e arte, rivoluzione e sogni, dalla mattina alla sera. E forse è proprio di questo che parla in realtà eppure, questi corpi indifesi e vulnerabili, lucidi e dissolutori, sembrano appartenere al sogno, e in tal modo riescono ad apparire "più veri del vero", ai nostri stanchi e umidi occhi. Perché quello che arriva da Les amants reguliers, dove la rivoluzione era un atto di vita(lità), per sconfiggere la morte dei sensi (borghesi), ebbene quello che ci arriva sembrano dei puri respiri, come se Garrel più che riportarci alle atmosfere del tempo riuscisse a regalarci le pulsazioni, i battiti del cuore, le vibrazioni dei corpi, l'odore delle stanze e del fumo, come un post-cinema (espanso?) che ci ricordasse che siamo fatti di sangue, corpi, dolore, amori e desideri. E, per mettere al mondo un cinema così "privato", quasi pudico eppure così "nudo", Garrel non può che lavorare sui corpi "familiari", come quello del figlio, della madre del figlio, della sua compagna attuale, di suo padre Luis, insomma non autobiografismo, ma corpi di carni e sangue propri, vicini/lontani, per respirare l'idea di un sogno che era soprattutto desiderio di libertà ed elegia del piacere. E quando si parla di piacere come fai a non omaggiare Bernardo Bertolucci? Un film amniotico quanto The Wild Blue Yonder di Herzog. Verso la fine/inizio del mondo.

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