Venezia 62: "The wild blue yonder", di Werner Herzog (Orizzonti)
Le immagini di "The Wild Blue Yonder" di Werner Herzog affascinano i sensi e l'animo, immergendo il nostro sguardo nell'immensa equorea profondità dello spazio sconosciuto, trasportandoci in un viaggio tutto interiore, nel lago della propria intimità.

Cosa ci rimarrà della vita, dell'incontro con il mondo e con gli altri dopo che tutto si sarà perso nello spirare del tempo? The Wild Blue Yonder di Werner Herzog (autore di Aguirre, furore di Dio e Fitzcarraldo), presentato al Festival nella sezione "Orizzonti", esprime il desiderio, sognante, dell'uomo di essere l'avvento della propria esistenza, l'epifania della propria origine, abitando lo spazio ed il tempo della vita come presenza concreta, corpo pulsante. Il film di Herzog è la rivelazione dell'uomo come humus, nell'umiltà della sua carne morente e nella sua aspirazione ad eccedersi, a spingersi oltre l'orizzonte della propria limitata natura, disseminandosi in uno sguardo aperto alla vita, ad altri mondi, in virtù della sua eccentricità (il lungo viaggio dei tre astronauti alla ricerca di un altro mondo abitabile, perché il nostro pianeta non lo è più). Per Herzog il viaggio è ricerca, deriva, movimento, trascorrere del tempo dentro e fuori di noi; così come la vita è, nella sua essenza, estatico partecipare dell'uomo all'esistente, a tutto ciò che è fuori di noi, perché altro da noi, e, insieme, intimo percepire tutto ciò che è intorno a noi. Così Herzog, affascinando i sensi e l'animo, immerge il nostro sguardo nell'immensa equorea profondità dello spazio sconosciuto, nell'angoscioso vuoto del non essere, in un requiem dolente che squarcia il silenzio della morte, accompagnando l'uomo verso la luce, lasciandolo essere parte vivente della creazione. Quello di Herzog è il viaggio in un mondo tutto interiore, nel lago della propria intimità (il pianeta su cui approdano gli astronauti è sommerso dall'acqua), un memoriale liturgico che, nella sua sacralità (belle le sequenze sott'acqua con alcune particelle che sembrano aver formato in superficie una Cattedrale che scende capovolta verso il fondale marino), ci riconsegna al/il mondo, proiettandoci con infinita dolcezza e inquietudine verso un nuovo cielo e una nuova terra da abitare, ancora una volta, nella sua originaria, edenica purezza, ritornando ad avere un corpo, ad essere ancora vivi. Allora le immagini di The Wild Blue Yonder vogliono consegnare, affidare, il dono della vita allo sguardo dell'uomo, al suo esserne il sacramento, l'eco di una assordante preghiera (il Kyrie che accompagna alcune sequenze del film) incarnata nel tempo.
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