VENEZIA 62 - "I giorni dell'abbandono", di Roberto Faenza (Concorso)
Tratto dal romanzo di Elena Ferrante, il regista disegna un percorso per gesti e movimenti lievi, quasi impercettibili, liberando lunghi istanti di tenerezza, nel filmare il volto di una donna così come gli interni di un appartamento borghese o le strade di una città, nelle luci della notte o del giorno, che sprigiona mistero da ogni suo spazio

La camminata faticosa di Marcello Mastroianni per le strade in salita di Lisbona (da Sostiene Pereira) è ancora lì, immagine statica/in movimento, a guidarci negli spazi del desiderio, liberati e immobilizzati, esplorati dallo sguardo di Roberto Faenza. Ne è conferma I giorni dell'abbandono, tratto dall'omonimo romanzo di Elena Ferrante (la scrittrice cui si deve anche L'amore molesto, che fu capolavoro di stridente sinfonia visionaria composta per immagini, voci e suoni da Mario Martone).
Girato in una Torino devastata dai cantieri e dai lavori in corso per le Olimpiadi invernali, I giorni dell'abbandono è corpo che si introduce sensuale nella soggettività di una donna (Olga/Margherita Buy, di professione traduttrice) la cui vita va in frantumi nel momento in cui scopre che il marito (Mario/Luca Zingaretti, responsabile di un cantiere) la tradisce. Pre-testo attorno al quale costruire un viaggio nel malessere, nel disagio interiore che sfocia nella frantumazione tra realtà e visione, nel corpo e nell'anima della protagonista. Percorso che Faenza disegna per gesti e movimenti lievi, talvolta quasi impercettibili, liberando lunghi istanti di tenerezza, nel filmare il volto di una donna (e Margherita Buy dà al suo personaggio una dolce profonda esplosiva sotterranea silenziosa urlata inquietudine) così come gli interni di un appartamento borghese (che lei e il marito, e i due figli piccoli, abitano temporaneamente, essendosi trasferiti a Torino per via del lavoro dell'uomo) o le strade di una città, nelle luci della notte o del giorno, che sprigiona mistero da ogni suo spazio. Sta in queste immagini lo sguardo fluido di Faenza, che si sospende curioso e complice nel materializzare una sparizione quasi senza preavviso (Zingaretti sparisce dalla visione come un fantasma, abbandonando la casa con un gesto di danza, gettandosi la giacca sulle spalle per raggiungere la porta...) e le tappe di un dolore che Olga vive nella sovrapposizione/sovrimpressione di esperienze diverse, e nell'incontro con (la visione di) una donna, homeless, che transita, anch'essa corpo-fantasma, negli spazi abitati dalla protagonista, testimone silenzioso della sua deriva.
Faenza rende visibile l'abbandono proprio nei suoi momenti più impalpabili che, purtroppo, devono confrontarsi con quei movimenti che immobilizzano il testo, soprattutto l'uso dei ralenti per sottolineare istanti di forte emozione. Inutili sottolineature, proprio perché altrove è (stato) lo sguardo più invisibile a generare e liberare lunghi istanti di intimità e mistero. Dove il testo si abbandona con discrezione e lucida tensione filmica, senza sovrastrutture, al disegnarsi di una mutazione.
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