Venezia 62: "Il nostro è un mondo fatto di mediocrità quotidiana, di continue mediazioni e smussature, nel quale l'anima non ha più spazio". Incontro con Roberto Faenza

Il primo film italiano visto in concorso al Festival è stato quello di Roberto Faenza, che segue con la sua macchina da presa il percorso di una donna, Olga interpretata da Margherita Buy, fino al fondo più nero e dolente del degrado e dell'esperienza femminile.

Nella realizzazione del film ci sono state delle variazioni rispetto al testo della Ferrante?

Dei tredici film che ho realizzato nella mia carriera, metà di loro sono ispirati a dei romanzi (Copkiller, Mio caro Dr. Grasler, Jona che visse nella balena, Sostiene Pereira, Marianna Ucria, L'amante perduto), dico questo perché ritengo gli scrittori i miei primi compagni di viaggio. In questo caso ho fatto comprare i diritti del libro prima ancora di leggerlo, anzi dopo aver letto una intervista alla Ferrante. Ho comunque cercato di dare a ciò che il libro dice e rappresenta la maggiore espressività possibile attraverso le immagini.

 

Quale è stata l'idea da cui è partito per la realizzazione del suo film?

Mi piaceva l'idea di realizzare un film su una donna debole e forte al tempo stesso, che grida senza misure la sofferenza che ha dentro. Per questo alla fine ce la fa. Per questo è così forte. Per questo è così superiore al mondo maschile che la circonda e che tenta di umiliarla.

 

Dopo tante esperienze lavorative in diverse città d'Italia, cosa ha significato per lei il ritorno nella sua Torino?

Quando ero ragazzo odiavo Torino, infatti sono andato via per ritornarci dopo tanto tempo, trovandola diversa. Penso che Torino abbia in comune con la storia, raccontata nel mio film, l'abbandono. In esso l'abbandono di una donna racconta l'abbandono di una città e la scoperta, dopo anni di assenza, di trovarla cambiata; nel mio film, quando il percorso della protagonista è compiuto, Olga riapre gli occhi su un mondo che rinasce. Ma sono occhi cambiati per sempre. Del romanzo della Ferrante, mi ha attratto appunto la trama: l'idea di una moglie abbandonata capace di tanta passione da precipitare in un gorgo senza fine, per poi risalire in superficie e riacquistare il piacere della vita.

 

Secondo lei i più giovani riescono a confrontarsi con un film che esprime sentimenti forti?

Penso che di fronte ad un film come questo ci sia bisogno di una riflessione poco superficiale o meglio una riflessione che alcuni giovani trascurano di fare; a proposito voglio raccontare un episodio al quale ho avuto la fortuna di assistere: Quando ho fatto Giona che visse nella balena ne promossi la visione nelle scuole, ai ragazzi compresi tra i dieci e i sedici anni, questi ultimi erano seduti sempre in fondo e non facevano altro che ridere, i più piccoli, invece, erano seduti ai primi posti e spesso piangevano; un giorno un bambino che era in prima fila, durante la proiezione, si è alzato e ha esclamato: "Zitti voi che non sapete neanche piangere!".

 

Come vede gli strumenti e i mezzi di comunicazione di oggi?

Penso che nel mondo in cui viviamo troppa informazione non illumini più. Il nostro è un mondo fatto di mediocrità quotidiana, di continue mediazioni e smussature, nel quale l'anima non ha più spazio. Non può più esplodere. Deve celarsi. Deve zittirsi.  

 

Come considera la fredda accoglienza del suo film al Festival?

Penso che in Italia ci siano dei tiratori liberi della critica il cui compito è quello di parlare male del cinema italiano.
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