VENEZIA 62 - "Mater natura", di Massimo Andrei (Settimana della Critica)

Trans... artistico. La pellicola di Andrei non è né teatro filmato, né cinema teatrale. Si colloca in un agitato limbo trovando i suoi momenti migliori nella bravura sovraccaricata dell'infernale, strepitante circo glitter-kitch allestito dai protagonisti e in alcuni momenti di intenso e puro melodramma napoletano che sfumano subito dopo essere sbocciati

Mondo e orgoglio queer sbarcano al Lido. L'unica opera italiana in concorso nella sezione Settimana Internazionale della Critica viene dalle marginalità partenopee e dalla liminalità crescentemente centrale e presente nella vita di tutti i giorni dei transessuali ("femminièlli" nel gergo napoletano), scelta (inevitabile) di vita sempre coraggiosa e problematica molto più di quella gay, di questi tempi ormai collocazione sociale iconica, spesso addirittura modaiola. Al centro della pellicola Desiderio (Maria Pia Calzone), sensibile e bel transessuale innamorato, e apparentemente ricambiato, dal piacente Andrea che scopre la necessità omologante di sposarsi con la giovane cameriera Maria. Mentre la sua tragedia si consuma ruotano intorno a lei gli amici Massimino (Wladimir Luxuria, costanziana presenza tv in chiave di risposta alla transessualità fasulla, posticcia di Platinette), Europa, Sue Ellen e l'avvocato interpretato dal grande doppiatore Luca Ward (presente anche nel recente e bel omaggio al poliziottesco anni 70 Dentro la città di Costantini), prima come compagnia teatrale poi, stanchi della marginalità ai quali li relega la città, impreditori in un centro di agricoltura biologica (Mater Natura appunto, anche se il titolo originale doveva essere Un trans chiamato desiderio?!) che incorpora anche un consultorio psicologico per gli uomini in crisi d'identità. Trans... artistico. La pellicola di Andrei non è né teatro filmato, né cinema teatrale. Si colloca in un agitato limbo trovando i suoi momenti migliori nella bravura sovraccaricata dell'infernale, strepitante circo glitter-kitch allestito dai protagonisti e in alcuni momenti di intenso e puro melodramma napoletano che sfumano subito dopo essere sbocciati (come lo sguardo di Desiderio quando si affaccia alla finestra e scopre di avere a fianco la vera fidanzata dell'uomo dal quale credeva di essere amata o le sue malinconiche attese nella Smart mentre i passanti la giudicano aggiungendo vecchio a nuovo dolore) aiutati anche dalla fotografia calibrata di Vladan Radovic (il film-rivelazione Saimir di Francesco Munzi). In definitiva in Mater natura finiscono per sopravanzare "eccentricità non centrate" sull'obiettivo finale: far conoscere veramente queste "diversità" del quotidiano per farle entrare nella sfera normativa della "normalità".

 

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