VENEZIA 62: "Mi sembrava interessante che il film cominciasse con la morte e finisse col trionfo della vita", incontro con Cameron Crowe

Il regista del delizioso "Quasi famosi" ci racconta un viaggio sulle highways della vita e della morte di un designer per scarpe sportive sull'orlo del proprio fiasco professionale; con lui il cast di "Elizabethtown": Susan Sarandon, Orlando Bloom e Kirsten Dunst

Orlando Bloom è Drew Baylor, creativo di una potente azienda ed autore del flop commerciale che sta per mettere in ginocchio l'intera ditta e, come se non bastasse, giunge ad aggravare la situazione l'improvvisa morte del padre. Così Baylor/Bloom per il funerale deve tornare alle sorgenti della sua esistenza, riappropriandosi delle radici familiari, scoprendo nuove prospettive sulla morte e il successo e trovando anche l'amore, ovvero la spumeggiante Claire/Kirsten, tutto accompagnato da un onnipresente ed eccellente colonna sonora che ricorda, a chi se lo fosse dimenticato, le origini di Crowe, critico musicale per Rolling Stone a soli 15 anni.

 

Il film è una riflessione sul senso del successo, e si pone quindi sulla scia ideale di suoi precedenti lavori come Quasi famosi e Jerry Maguire, ma che la scarpa avesse alla fine successo era un elemento presente fin dall'inizio nella sceneggiatura?

 

Crowe: Sì, è sempre stato presente, ma il vero nodo della questione sull'analisi del senso del successo era, sia in sede di sceneggiatura che di regia, arrivare a questa conclusione costruendo un percorso quasi magico, attraverso una riscoperta dell'importanza delle parentele, anche quelle più marginali e dell'amore, impersonato da Kirsten (Dunst, Ndr) e delle altre persone che alla fine contribuiranno direttamente all'inaspettato successo di quello che doveva essere un "fiasco" (sic, anche nella pellicola in originale, Ndr)

 

Si può affermare che in Elizabethtown, come del resto spesso nella sua filmografia, la musica ispiri le scene e non il contrario?

 

Crowe: Indubbiamente la musica ha sempre avuto, e sempre avrà, una parte importante nella mia vita, così quando faccio cinema continua ad avere un ruolo preponderante. Amo quando riesce ad aiutare o completare la definizione delle cose che voglio trattare, quando crea un ambiente, quando sostiene o addirittura ispira la stessa recitazione. Ad esempio quest'ultima è stata fortemente influenzata dalla musica che tutta la troupe ascoltava sul set.

 

Come spiega questo suo cinema così curato nella sceneggiatura che si nega agli effetti speciali nell'era della loro dilagante onnipresenza?

 

Crowe: L'unico mio scopo nel fare film è mostrare il mio sguardo sul mondo e gli effetti speciali mi distolgono da questo obiettivo spingendomi in territori che esulano dalla realtà nella quale mi trovo a vivere ogni giorno.

Signor Bloom è stato difficile, per lei che è inglese, imparare l'accento americano?

 

Bloom: Effettivamente ho lavorato parecchio con Cameron (Crowe, Ndr), anche perché oltre ad avvicinarmi al mio personaggio volevo dimostrare che anche noi britannici possiamo diventare "statunitensi" e non solo il contrario. Inoltre girare per le varie location negli Usa, entrare nei caffè e chiacchierare con la gente tra un ciak e l'altro mi è servito molto per entrare nel ruolo ed acquisire la pronuncia richiesta

 

Signorina Dunst come è stato lavorato in questo film?

 

Dunst: Beh dopo questa esperienza posso dire che siamo un po' tutti figli di Cameron, questa troupe è diventata in un certo senso una seconda famiglia per me tale era l'armonia, lo spirito di sacrificio e la costante presenza della musica che ci univa ancora di più.

 

Ci parli dell'idea dell'artigianale cartina da viaggio che Claire/Kirsten regala a Baylor/Bloom?

 

Crowe: Sicuramente si tratta di una delle mie parti preferite del film, in quanto tira un po' tutte le fila dei discorsi su vita, morte, rapporti interpersonali, successo e così via che ho seminato fino a quel momento. Attraverso questo viaggio così materico e spirituale insieme, suggeritomi da un viaggiatore instancabile che conosco da tempo, Baylor diventa una persona non tanto e non solo diversa, ma migliore, più completa, più cosciente di ciò che lo circonda e di come può apprezzarlo. Impara cos'è la vita vera.

 

Signora Sarandon, dopo un approccio soft alla morte con Nemicheamiche e uno duro con Dead man walking (o L'olio di Lorenzo, Ndr), ritorna a quello morbido con questo Elizabethtown. Qual è il suo rapporto con la morte al cinema e fuori dal set?

 

Sarandon: Di solito dalle mie parti, negli Usa, alle attrici si chiede subito con chi vanno a letto! Qui, invece, le domande sono anche troppo profonde! (Scroscio di risate in sala conferenze, Ndr) Questo film mi ha fatto capire che si cade nelle trappole se si ha una vita facile. Invece è importante trovarsi talvolta in mezzo in mezzo alle catastrofi perché s'impara di più. Vorrei anche aggiungere che adoro essere un attrice perché questo ruolo non possiede le responsabilità che ha quello del regista e che il cinema mi ha aiutato a svegliarmi nella vita, ad essere reattiva quanto serve ed anche a capire che la morte è sempre presente nella mia vita.

 

Perché ha deciso di iniziare e concludere il film in questo modo?

 

Crowe: Mi sembrava interessante che il film cominciasse con la morte e finisse col trionfo della vita, ovvero l'unica risposta possibile alla vita. Inoltre a livello logico è come iniziare con la fine e finire con l'inizio.

 

Signorina Dunst come si è avvicinata al film?

 

Dunst: Durante il provino Cameron mi ha fatto ascoltare, incredibile ma vero (ride, Ndr), della musica e con l'arrivo di questa magicamente tutte le cose sono andate a posto da sole e il personaggio si è consegnato a me quasi docilmente.

 

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