VENEZIA 62 - "Mary", di Abel Ferrara (Concorso)

Un film che è un atto di dolore, qualcosa che esplode ai sensi divorati dalla passione amorosa della fede. E Ferrara, mostruoso ed amabile dirottatore terrorista del cinema contemporaneo, è un peccatore che ha una voglia maledetta di Dio e ci ricaccia dentro un cinema più che maledetto "da maledire", per la passione dell'anima che accende e fa brillare

Le parole, come le immagini, ci sommergono. Poi ci sono i segni. I simboli. Gli atti che mettono a nudo la "verità delle cose". Su un quotidiano di pochi giorni fa leggevamo di un piccolo fatto, quasi irrilevante - era un box infatti - che però riguardava un personaggio importante, il Papa. E' accaduto che il calciatore Pelè, che più che un calciatore è un'icona, era in visita dal Pontefice e gli ha parlato portando gli auguri di "tutti i calciatori". E Ratzinger, a quanto pare, non se lo stava troppo "filando". Ad un certo punto, un assistente del Papa, gli è andato vicino dicendogli "Guardi che è il più grande calciatore di tutti i tempi!". E allora  Papa Benedetto XVI, finalmente, gli ha sorriso e parlato. Il giornale riportava il fatto come fosse una piccola, quasi insignificante, curiosità. Come dire che la notizia era che il Papa non aveva riconosciuto il grande Pelè... Strano mondo, il nostro. Dove le cose sono sempre osservate con delle lenti deformanti. Oppure, come in Essi vivono di Carpenter, ci vorrebbero davvero degli occhiali speciali a rivelarci il reale. E nessuno si è domandato, con innocenza selvaggia, se il Pontefice avrebbe sorriso e rivolto parola a un "calciatore qualsiasi"... Poi qui a Venezia, arriva un film che, come dice il critico Bruno Roberti, è "una preghiera". E il momento clou di questo viaggio ai confini della fede e della speranza (direzione amore) è quando Gesù, prima di morire, lava i piedi ai suoi discepoli. E' solo un gesto. Non di umiliazione ma di umiltà. Di parità. Io sono il vostro signore ma vi lavo i piedi come il più umile dei servitori. Corpo e corpo. I corpi pari sono. Possono essere quelli di un povero nero haitiano che vive delle mance lasciate dalle ricche signore occidentali, e che quello ha per giocare alla pari la partita truccata  nord/sud (guardate il magnifico Verso il Sud di Cantet, per scoprirlo), oppure quello di un uomo che andava in giro a predicare l'amore, il rispetto, la tolleranza (ma anch'egli s'incazzava ogni tanto come accadde con i commercianti nel Tempio!). Mary è un film, un atto di dolore, un peccato mortale (per chi vivi di dogmi), qualcosa che esplode ai sensi divorati dalla passione amorosa della fede. Un regista, un attrice, un giornalista. Tre esseri umani imperfetti, forse cattivi, distanti. Il primo fa un film su Gesù, l'altra lo interpreta (Maria Maddalena, appunto). Il terzo, ha successo con una trasmissione tv  su Gesù. Ma Gesù è il mezzo oppure il fine?

Cosa credere oggi? Come credere? Come stabilire i confini del proprio personale approccio all'idea di Dio? E, soprattutto, quale strada ci conduce - attraverso il dolore, la perdita, l'espiazione dei peccati - verso il "necessario" amore? Il regista perde l'attrice e il suo film viene contestato dai fanatici religiosi. E all'anteprima con l'annuncio di una bomba egli perde il controllo di se e del proprio mondo. Esattamente come l'attrice, che si perde nella Gerusalemme dove ha girato il film, ormai immersa nel ruolo/personaggio, che si è incarnato nel suo corpo vagante in cerca delle verità più difficili. E si perde il giornalista, prima bravo nel giostrare tra moglie incinta e amante, sicuro di se in diretta tv nell'analizzare i dubbi di un uomo razionale sul senso della fede, poi, improvvisamente, perso nel suo destino di piccolo uomo presuntuoso, che sta per perdere moglie e figlio, e allora la colpa lo trasforma in un essere che deve rimettere in discussione tutto. E la sua arroganza si scatena contro il mondo, in cerca di spiegazioni ma, anche, di una scelta morale.

Si schiera dalla parte del giornalista Abel Ferrara, mostruoso ed amabile dirottatore terrorista del cinema contemporaneo. Perché è un peccatore come lui, un miscredente che ha una voglia maledetta di Dio, tanto più dopo la separazione anni fa con il suo alter ego filosofico sceneggiatore Nicholas St John, e si ricaccia dentro un cinema più che maledetto "da maledire", per la passione dell'anima che accende e fa brillare. E perché, accidenti, è mai possibile che da un regista peccatore e "diabolico" venga la più disperata ricerca spirituale del cinema di oggi? 

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