VENEZIA 62 - "East of Paradise" di Lech Kowalski (Orizzonti)
E' una testimonianza sofferta quella del regista, senza dubbio meritevole di rispetto, ma che non riesce mai a ergersi a Cinema arrestandosi ai parametri di un qualsiasi format televisivo.
Una delle tematiche più ricorrenti quest'anno al Festival sembra essere quella della Memoria: dopo lo sterminio nei Balcani (The Secret Life of Words) e l'Olocausto (Everything Is Illuminated), è ancora l'orrore della Seconda Guerra Mondiale a far parlare di sè, in questo caso nel documentario di Lech Kowalski East of Paradise, presentato nella sezione Orizzonti. Un film diviso in due parti distinte che però, nelle intenzioni del regista, nel finale vengono viste come due facce della stessa medaglia. Durante la prima ora è la madre stessa di Kowalski a raccontare la propria esperienza, dall'invasione nazista della Polonia fino al viaggio in Siberia; la macchina da presa del figlio la segue in ogni espressione, in ogni stato d'animo, senza esitare mai neanche dinanzi alle lacrime e alle esternazioni di dolore più esplicite. E' una testimonianza sofferta, partecipe, senza dubbio meritevole di rispetto, ma che non riesce mai a ergersi a Cinema arrestandosi ai parametri di un qualsiasi format televisivo. Nella seconda parte Kowalski cambia radicalmente soggetto, raccontando la propria esperienza di videomaker nella New York degli anni Settanta: ciò che mostra è la vita quotidiana, i concerti dei Sex Pistols ma , soprattutto, la triste realtà dei tossicodipendenti. Al regista interessa riflettere sul ruolo delle immagini in funzione della rievocazione dei ricordi, mettendo in gioco così tanto se stesso quanto la madre: il suo è un progetto la cui ambizione va di pari passo con il suo interesse, ma che mano a mano denuncia anche i suoi limiti: quello che propone è un mondo distante al quale lo spettatore non può, non riesce mai a far parte. East of Paradise si rivela così il diario di due persone che si mettono in gioco, si raccontano come se fossero davanti a uno specchio: si può ancora chiamare Cinema? Probabilmente sì, ma è Cinema che deve ancora trovare il suo rapporto con lo spettatore, che si deve limare, perfezionare. Da vedere, sicuramente, ma più per rispetto che per convinzione vera e propria.
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