VENEZIA 62 - La rinascita del cinema italiano, "La bestia nel cuore", di Cristina Comencini (Concorso)
Coraggioso ed esemplare, il film della Comencini riesce, per primo e con una rabbia consapevole, ad affrontare il tema, difficile, della pedofilia familiare. Ma anche dell'amore cieco (lesbo), riuscendo a fare, con pochi accenni, una riflessione critica sulla (cattiva) televisione e sul cinema americano. Un mèlo esplosivo e raro, per il nostro cinema.

E' impressionante il coraggio con cui un film come La bestia nel cuore si presenta, in contemporanea, alla Mostra di Venezia e nelle sale. Non date retta alle malelingue, che sostengono che la contemporaneità è data dalla paura di una stroncatura da parte della critica. In realtà la platea Veneziana ha accolto il film della Cristina Comencini con applausi scroscianti e ripetuti, quindi pericolo scongiurato. Niente franchi tiratori questa volta, forse ce l'hanno solo con Faenza (e stamattina persino Avati è stato accolto con tiepida, ma dolcissima, approvazione). Ci vuole coraggio, dicevamo. E ve lo spieghiamo. Trovate voi un film italiano che, per primo e con una rabbia consapevole, ha saputo affrontare il tema, difficile, della pedofilia familiare. Sappiamo tutti come la maggior parte dei fenomeni di violenza sui bambini avvenga proprio all'interno delle famiglie e non certo nelle strade. E il film non solo lo dichiara esplicitamente ma ne fa il cuore rivelatore di una vicenda umana drammatica e con profondi risvolti psicanalitici. I due fratelli del film, che hanno subito una violenza dal padre da bambini, ne portano il segno anche in età adulta, anche se per Sabina (Giovanna Mezzogiorno) sarà soprattutto un incubo notturno ripetuto, prima delle rivelazioni che, tardivamente, gli farà il fratello Daniele (un intenso Luigi Lo Cascio). Insomma in un'epoca di restaurazione reazionaria, ecco un film che riprende il tema della famiglia borghese, per smascherarla e farla esplodere, quasi con candore terroristico, dall'interno. Ma La bestia nel cuore non si ferma qui e, oltre a radiografare la famiglia italiana come luogo del terrore moderno, ci racconta anche di altri mondi. E' quello di una donna non vedente Emilia (Stefania Rocca) amica di Sabina, di cui è neanche troppo segretamente innamorata da tempo. Ma se Sabina è troppo impegnata a lavorare sul suo inconscio per dedicarsi alle attenzioni dell'amica (e persino a quelle del suo fidanzato attore Franco (Alessio Boni, che troverà come consolarsi... ), sarà però così generosa da fornirgli la sua amica Maria, un po' avanti con gli anni (una straordinaria Angela Finocchiaro) che darà via con Emilia a un'inedita storia d'amore lesbo, che il cinema italiano non era mai stato capace di rappresentare. Ma c'è dell'altro, in questo film che segna, senza ombra di dubbio, la rinascita del cinema italiano, finalmente fuori dalle diatribe del cinema "d'autore" contro il cinema di genere (
Erano da anni che un film italiano non riusciva, in un unico raro e straordinario mèlo, a rappresentare tutto questo. E il corpo di Giovanna Mezzogiorno (che porta dentro di se il nuovo cinema?) diviene il terminale nervoso per penetrare dentro un caleidoscopio dei sentimenti, dove, per ritrovare se stessi, bisogna necessariamente passare per il proprio personale calvario. E in questo film, tutto al femminile, finalmente qualcuno che ha il coraggio e la forza per rappresentare anche la dolcezza e la semplicità degli uomini, teneri e incapaci di resistere alle tentazioni (Alessio Boni), ma anche dolcemente poetici e sognatori (Battiston).
Insomma il cuore batte ancora, dunque quella bestia del cinema italiano è vivo.
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