VENEZIA 62 - "La passione di Giosuè l'ebreo" di Pasquale Scimeca (Giornate degli Autori)
Sono sempre i "Senza Terra" i protagonisti descritti e tanto amati dai film di Pasquale Scimeca, gli stessi cui è dedicato questo suo splendido ultimo film a voler segnare, ancora prima delle immagini, la continuità necessaria del suo percorso.

Sono sempre i "Senza Terra" i protagonisti descritti e tanto amati dai film di Pasquale Scimeca, gli stessi cui è dedicato il suo splendido La passione di Giosuè l'ebreo (a Venezia è stato presentato dalle Giornate degli autori), a voler segnare, ancora prima delle immagini, la continuità necessaria del suo percorso. C'è sempre un viaggio, scelto come strumento per scavare più a fondo nella densità di un tessuto storico che è, automaticamente anche strato intimistico di un uomo e della sua identità. Sia esso Placido Rizzotto o un emigrante siciliano negli Stati Uniti, c'è la forte tensione a rappresentare i molti aspetti di una stessa situazione.
Nel 1492, proprio mentre l'Occidente si espandeva versa la scoperta delle Americhe, gli ebrei sefarditi sono costretti a lasciare la Spagna, a meno che - recita la legge emanata dalla regina Isabella - siano disposti a convertirsi al cattolicesimo. L'esodo, dunque, è inevitabile anche per il giovane Giosuè, brillante studioso delle Sacre Scritture, instancabile lettore che, fin da subito si interroga sulla figura di Cristo e sulla sua morte. Alcuni lo additano come il Messia che condurrà il popolo di Israele alla Terra Promessa, mentre lui viaggia e osserva, ascolta e domanda. Attraversano montagne innevate e mari in tempesta durante la fuga, che li porta prima a Napoli e poi, per scampare alla peste, in Sicilia, tra carbonai ebrei convertiti che vivono in un piccolo villaggio tra i boschi. Fino a quando, durante le celebrazioni del venerdì di Pasqua, Giosuè viene scelto per impersonare Gesù nella Sacra rappresentazione della Passione. L'identificazione, allora, si fa quasi totale e il film assume il doppio sguardo della finzione che si offre come fosse realtà, ingannando e ingannandosi, cercando strade nuove per descrivere le mille passioni che, da allora, e prima di allora, la Storia ha collezionato. Non a caso, poco prima, lo schermo si era fatto bianco d'improvviso, cancellando ogni immagine, fermandola nella sua testimonianza storica e di ricostruzione. Da questo momento in poi il ritmo incalza e i sensi si mescolano, proprio come Giosuè che smette di recitare e fonde Antico e Nuovo Testamento nelle sue parole che non seguono più il canovaccio di una parte da recitare. Finirà crocifisso, unico frammento di verità nel paesaggio ricostruito, mentre la macchina da presa si alza per mostrare le tappe della Passione che è andata in scena poco prima, mettendo in rilievo i set abbandonati di un cinema che, ancora una volta, esce allo scoperto nel desiderio e nel coraggio di rischiare e sperimentare. Ci si aspetta di vedere un telo bianco inondato di sole, le macchine del cinema in movimento, la voce del regista che conclude il lavoro. Per ritornare al finale di Briganti di Zabut.
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