VENEZIA 62 - "Bełżec", di Guillame Moscovitz (Settimana della Critica - Evento Speciale)
Bełżec come Belzebù. Luogo/non-luogo che vive rannicchiato nel bozzolo di un ricordo che si vorrebbe dimenticare e che un gruppetto di alberi piantati dai nazisti porta alla mente appena si alza lo sguardo da terra. Un campo di sterminio di breve durata ma voracissimo, ricordato attraverso parole e immagini documentarie "bressionane"
Bełżec come Belzebù
. Luogo/non-luogo che vive rannicchiato nel bozzolo di un ricordo che si vorrebbe dimenticare e che un gruppetto di alberi piantati dai nazisti per occultare l'innascondibile porta alla mente appena si alza lo sguardo da terra. Un campo di sterminio di breve durata ma voracissimo, in cui l'erba oggi è bianca (?!) per la quantità di ossa umane polverizzate e compresse in quel piccolo lembo di poche centinaia di metri quadrati, ricordato attraverso parole e immagini documentarie di agghiaccianti compostezze dall'esordiente Moscovitz, ex attore teatrale. Belzec è questo e altro ancora nella sua qualità concentrazionale preziosa e terrificante: in soli 10 mesi di vita/morte, tra il marzo e il dicembre del 1942, si calcola che abbia gasato ed eliminato in svariati altri modi oltre 600.000 ebrei provenienti da varie parti della Polonia, avvolto da un assordante clangore, disteso tra giorno e notte, di treni in arrivo messi in vibrazione dalle urla di "passeggeri" più o meno consapevoli della sorte che li attendeva. E l'unica "musica" che ritma questo salto nel buio dell'essere umano è proprio lo sferragliare dei treni d'oggi che fantasmaticamente rievocano al loro solo passaggio ben altri convogli. Tra le testimonianze dei cittadini, che assistevano impotenti nei migliori dei casi o dovevano contribuire al genocidio dei loro connazionali collaborando alle operazioni naziste nei peggiori, emerge quella di uno dei due soli sopravvissuti, Rudolf Reder, autore anche di un memoriale su quell'esperienza e la valenza quasi mitologica del racconto di Braha, bambina nascosta lì vicino in un buco nel terreno, nella sospensione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, fuori-campo vivente costretto ad annullarsi totalmente per non conoscere gli orrori del campo di sterminio. Lo stile piano e asciutto del regista francese si rivela una bressoniana scelta vincente che privilegia il fuori-campo della partecipazione personale a quegli orrori rimanendo, invece, sempre in campo con la m.d.p. che "vagabonda" per piazze deserte, strade anonime, inquadrando automobili e uccelli che sfrecciano via ma che finisce, inevitabilmente, per ritornare con "effetto calamita/à" a quella radura di alberi, eterni simboli di vita incredibilmente spogliati di/sradicati da questa congenita caratteristica per tramutare in mostruosi boleti malefici attuatori di una cancellazione materica e storica che, per fortuna, i sopravvissuti, le documentazioni scritte, orali e filmiche hanno impedito, impediscono e impediranno sempre di concretare.
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