VENEZIA 62 - "Non era mia intenzione con questo film stigmatizzare il turismo sessuale. Volevo rivelare la complessità che emerge quando desiderio fisico e politica si intrecciano". Incontro con Laurent Cantet
In Concorso il quarto lungometraggio del regista francese, tratto da tre racconti di "La chair du maitre" di Dany Lafarrière. A prima vista potrebbe sembrare un film-denuncia sul turismo sessuale, anche se Laurent Cantet preferisce chiamarlo “turismo d’amore”…

In Concorso il quarto lungometraggio del regista francese, dopo Les Sanguinaires, Ressources Humaines e L’Emploi du temps. Tratto da tre racconti di La chair du maitre di Dany Lafarrière, che Cantet ha letto ritornando da Haiti (dove è ambientato il film) dopo una settimana di vacanza e girato sull’isola dopo la caduta di Aristide nel 2004, Vers le Sud mantiene lo stile in prima persona dei racconti, con tre donne (Charlotte Rampling, Karen Young, Luise Portal) che si confessano direttamente alla macchina da presa, che si comprano l’amore nel paradiso per turisti alla fine degli anni ’70. Anche se a prima vista potrebbe sembrare un film-denuncia sul turismo sessuale, il regista preferisce chiamarlo “turismo d’amore”…
Qual è il tema centrale di questo film?
Non era mia intenzione con questo film stigmatizzare il turismo sessuale. Volevo rivelare le complessità che emergono quando desiderio fisico e politica si intrecciano. Lo stesso scrittore Lafarrière dice che il desiderio fisico e il sesso come metafora politica sembra sia l’elemento fondamentale. È qualcosa di straordinario perché in una società in cui le differenze tra le classi sociali sono spaventose, dove il divario tra ricchi e poveri è enorme, dove l’umiliazione, lo sdegno, il disprezzo per gli altri sono tanto intensi, l’unica cosa in grado di avvicinare una persona ad un’altra è il desiderio fisico. Non si descrive una forma innocente di sessualità, ma la sessualità come strumento di potere politico, sociale ed economico.
Perché ha pensato a Dany Lafarrière?
All’inizio è stata la struttara del romanzo a catturare la mia attenzione. Poi ho scoperto la grandezza di questo scrittore caraibico, esiliato da Haiti per ragioni politiche che ha scritto una decina di romanzi tutti in progressione, partendo dalla sua infanzia fino ad arrivare all’età adulta. Oggi sta riscrivendo se stesso, nel senso che sta riprendendo i suoi precedenti scritti per rielaborarli e arricchirli in nuove opere. Anche io nel film faccio una miscela dei suoi racconti; infatti se ne possono individuare almeno tre. Le storie raccontate in prima persona del libro mi hanno permesso di utilizzare vere confessioni piuttosto che monologhi drammatici verso la macchina da presa. Sono assolutamente interessato a queste confessioni che evidenziano l’aspetto importante del desiderio e di un’ambientazione realistica e cruda, lontana anni luce dalla descrizione del classico paradiso turistico.

Perché tiene a precisare che il film non tratta il fenomeno del turismo sessuale?
Il film va piuttosto alla ricerca dell’amore, dei sensi e di una nuova collocazione per donne cinquantenni ormai accantonate e dimenticate spesso dalla società occidentale in cui vivono. In questo film volevo che si facessero i conti col senso di esclusione e solitudine. Nel film infatti non ci sono da una parte le vittime e dall’altra i bastardi che li sfruttano. Al contrario, ognuno guadagna qualcosa, chi cibo e sicurezza, chi desiderio e amore. Il confronto di fondo è fra due tipi di povertà, quella sociale e quella sessuale.
Si può dire che il film è la rappresentazione di un’utopia?
Volevo in effetti creare un mondo a parte, reale, libero. Ho voluto creare un’utopia senza aver paura e vergogna. L’albergo dove alloggiano le tre donne è un piccolo mondo. Tutti sono felici in realtà. Sia le donne che i ragazzi che donano il proprio corpo. C’è una lealtà di fondo in realtà nei rapporti tra uomo e donna.
Perché era interessato a portare sullo schermo il desiderio delle donne?
Il cinema parla raramente del desiderio delle donne, specialmente se riguarda quello delle donne sopra i quarant’anni. Qui non soltanto ne parliamo, ma ascoltiamo le stesse donne che raccontano. È la prima volta che le donne sono protagoniste di un mio film. Pensare da un punto di vista femminile, scrivere i dialoghi al femminile è stato un vero piacere.
Trova delle affinità con i suoi precedenti lavori?
Vedo comunque delle costanti fra i miei film. I personaggi in fondo si somigliano un po’ tutti, cercando luoghi che forse non esistono. Mi ha sempre interessato abbinare l’elemento intimo e quello sociale. Questa combinazione era già presente nei miei due film precedenti e ora la riprendo direttamente legata al rapporto uomo-donna. Uno sguardo che si fa ancora più intimo, perché mette in gioco il valore del corpo, il desiderio e la sessualità e, più in generale, anche la politica: la dittatura, la violenza, i rapporti Nord-Sud.
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