"Solo due ore", di Richard Donner

Poco meno di due ore e Richard Donner, tra i più grandi registi in circolazione, dichiara ancora una volta guerra, non quella orribilmente "virtuale" del suo presidente. Dichiarazione di v(u)oto ancora più teneramente letale di un maestro del cinema (in attesa) d'azione, di preparazione e quindi di perpetuo rinvio dell'azione.

Poco meno di due ore e Richard Donner, tra i più grandi registi in circolazione, dichiara ancora una volta guerra, ma non quella orribilmente "virtuale" del suo presidente. Il cinema per lui è da sempre il luogo della guerra, non solo perché è come un campo di battaglia all'idiosincrasia sensoriale, ma perché la battaglia, la guerra, con il suo dispiegamento di strategie, è il set immaginario, naturalmente perfetto per il dispiegamento della strategia cinema su un set. Sull'asfalto lucido è pura avventura che sconfina nel fantastico, è la costrizione del gioco della realtà, del dover vivere, sopravvivere o distruggere e non, invece, danzare: sublimazione del cinema che si rispecchia in un gioco fantasioso. Il "detective" Bruce Willis, ha un sassolino nella scarpa, claudica e beve, è cirrotico e debilitato, ha solo due ore per trasferire un testimone dalla prigione al tribunale dove dovrà deporre (all'insaputa del detective) contro alcuni pezzi grossi della polizia di New York. Solo sedici isolati bisogna percorrere per adempiere al dovere, ma c'è chi farà di tutto per impedirlo. Donner, moralista apolide, è al centro di un unico set che non è più nel mondo, né l'industria-cinema, e neanche, forse, l'animo, il mondo interiore dell'autore, ma il "tempo". La storia si gira tutta in tempo reale, con pochi tagli e proprio il tempo è il vero spazio del cinema. Lo è sempre stato per Donner, come se, in qualche modo, il luogo stesso, lo spazio visibile del cinema, fosse comunque solo un tempo vuoto, un vuoto. Vuoto come unico luogo del cinema e della vita, come se la vita, o il vedere, dovessero essere per sempre esclusivamente apolidi.

Dichiarazione di v(u)oto ancora più teneramente letale di un maestro del cinema (in attesa) d'azione, di preparazione e quindi di continuo rinvio dell'azione. Gli inseguimenti, le sparatorie, gli incidenti, sono le idee semplici perfettamente chiare e distinte: la semplicità non deriva però solo dalla loro chiarezza e distinzione ma sta proprio nel loro derivare direttamente dall'esperienza. L'esperienza prospettica sfaccettata (quante m.d.p. per la sequenza dell'autobus sequestrato?) che si fa riflessione, oltre la sensazione, che percepisce i moti interni dell'anima, mai assopiti. Il testimone parla e si confida con il detective, è affetto da logorrea e sogna di diventare un pasticciere e intanto corre, schiva proiettili, immagina la sua fine. Il detective è morto dentro o fuori? Willis è talmente permeabile da non poter segnare confini: gli occhi sono rossi, la vista "ondulata", la gola è sempre secca ed esigente, e intanto scopre la sua missione strada facendo, come se quei sedici isolati potessero liberarlo dal purgatorio in cui è prigioniero. La coppia Donner/Willis è talmente doppia da poter assumere la complessità invisibile dei personaggi naturalmente attivi all'interno del mito: il supposto sguardo "buono" finale della Donner/Willis ha quella punta di cattiveria in fondo agli occhi e quella lieve strafottenza per poter essere risolutamente attiva, affermativa e propulsiva, per poter essere l'incarnazione delle contraddizioni, assumendole in un corpo unico sempre più massiccio e poderoso.

Titolo originale: 16 Blocks

Regia: Richard Donner

Interpreti: Bruce Willis, Mos Def, David Morse, Cylk Cozart, Kean, Nick Alachiotis, Brian Andersson

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 105'

Origine: USA, 2006

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