"Il fantasma di Corleone", di Marco Amenta
Il film di Amenta ha una cosa importante da dirci: il cinema può arrivare in ritardo (il film esce a cattura avvenuta), ma ancora fiuta gli appuntamenti importanti, li insegue d'istinto, e a volte, inaspettatamente, ci arriva.

Il fantasma di Corleone rischia di diventare uno dei film più terribilmente rappresentativi dell'anno. In primo luogo perché si tratta dell'ultimo film distribuito dalla Pablo Film di Gianluca Arcopinto, che conclude in questi giorni la sua avventura in un mercato cinematografico preda di un timoroso conformismo che appare ogni giorno meno recuperabile. In secondo luogo perché tenta l'approccio a uno dei grandi misteri dell'ultimo secolo italiano, quello di un re del crimine (il boss mafioso Bernardo Provenzano) ricercato invano per 43 anni, che tuttavia sembra essersi spostato raramente dal suo paese: sembrerebbe un'idea tra Shakespeare e il Poe de La lettera rubata, ma forse non lo è. In terzo luogo perché, come Il caimano di Moretti, il film di Amenta (siciliano trapiantato giovanissimo a Parigi) non solo invita, ma richiede e addirittura impone allo spettatore di schierarsi a priori: prima di entrare in sala si deve scegliere se aggrapparsi agli irrinunciabili requisiti del Cinema oppure se metterli in salamoia per un'ottantina di minuti, puntando sui valori esocrini all'opera stessa ("importanza", "coraggio"...). Chiede insomma, con scandalosa ingenuità, di fare ciò che il critico considera la massima aberrazione: scegliere tra valori estetici e valori "civili". Nulla in contrario, personalmente: ci sono film che impongono uno sguardo allo spettatore, costringendolo a spostare le proprie coordinate anche con violenza. Film in cui il bello diviene povero e futile (il "benfatto" italico), mentre "l'importante" e "il necessario" si impongono come categorie autosufficienti. Spogliati di tutto, questi film riescono talvolta a vibrare proprio perché nudi senza vergogna. Il fantasma di Corleone risponde perfettamente a questi requisiti. Piantandosi negli uffici della squadra mobile, leggendo nello sguardo dei procuratori messi a tacere dai superiori, scrutando le campagne del palermitano, l'obiettivo di Amenta sembra tentar di rispondere a Serge Daney quando affermava che il cinema è ormai condannato a mancare gli appuntamenti con la storia. È un punto controverso ma decisivo: nessun evento, lo sappiamo, potrà più sfuggire all'occhio di una videocamera digitale o di un telefonino; ma è soltanto l'evento che questi possono cogliere: la punta dell'iceberg, l'epifania spettacolare della storia: la cattura di Provenzano, spiata sgranata sovresposta in questi giorni da telegiornali e rubriche di costume. Ma le indagini, la frustrazione degli inquirenti, gli ammiccamenti sornioni dell'avvocato difensore Traina, tutto ciò che articola un discorso e stabilisce connessioni invisibili se non attraverso l'immagine, tutto questo è cinema. Questo è il film di Amenta, che in fondo ha una sola cosa da dirci: il cinema può arrivare magari in ritardo (il film esce a cattura avvenuta: fuori sincrono, come l'imperfetto indicativo), ma ancora fiuta gli appuntamenti importanti, li insegue d'istinto, e a volte, inaspettatamente, ci arriva. Resta da vedere di quale cinema si tratti. Proprio richiamandosi fieramente alle ragioni d'essere più civili del documentario italiano, Il fantasma di Corleone ne decreta la morte e ne saluta la resurrezione in una forma translinguistica che intreccia i modelli narrativi del docu-drama, della docu-fiction e dell'inchiesta investigativa. Nato come pura fiction, il progetto (co-finanziato dalla francese Arte) si è visto mutare in corsa, moltiplicare i suoi sguardi, perdendo così di sintesi. Ne risulta una struttura magmatica, senza centro, fondata sul principio della ripetizione-variazione dei moduli. Si ha l'impressione che il film giri ossessivamente intorno a Provenzano un po' come le forze di polizia: senza riuscire a metterlo a fuoco, temendolo quasi come un presagio o, appunto, un fantasma. Più che al thriller, è infatti all'horror che l'atmosfera del film richiama: mai titolo fu più appropriato per un percorso labirintico costellato da apparizioni fallaci, tracce segrete, voci senza volto. Ora lo abbiamo sotto gli occhi, quel volto, sorridente dietro gli occhiali e presto dietro le sbarre. Ma, chissà perché, ci sembra ancora più invisibile.
Regia: Marco Amenta
Interpreti: Marcello Mazzarella, Donatella Finocchiaro
Distribuzione: Pablo
Durata: 80'
Origine: Italia, 2006
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