"Le mele di Adamo", di Anders Thomas Jensen
Do(g)mare ancora una volta il cinema perché quella carica simbolica e teologica sfumerebbe negli spazi aperti, tra gli intrecci naturali. Black comedy che interroga lo spettatore se mai in questo mondo fosse stato tutto possibile senza Dio o, viceversa, è proprio l'esistenza dell'Ente Supremo a permettere che tutto accada.

Jensen è figlio della colpa, del marchio indelebile, del voler do(g)mare ancora una volta il proprio cinema, nel tetro delle sue traiettorie, perché la carica simbolica e teologica sfumerebbe negli spazi aperti, tra i rami e gli intrecci naturali. Al centro un albero di mele, frutti del peccato originale, del libero arbitrio, del ripensare a (il) male. Jensen è al terzo lungometraggio, ma è già famoso al mondo come sceneggiatore di successo, vedi Mifune e The King is Alive. È soprattutto però figlio del Dogma "trieriano", apparente espressione di attaccamento ai corpi, alla caratterizzazione psicologica e sociologica. Black comedy che interroga lo spettatore se mai in questo mondo fosse stato tutto possibile senza Dio o viceversa è proprio l'esistenza dell'Ente Supremo a permettere che tutto accada. Come il neonazista (Ulrich Thomsen di Festen) che appena uscito di prigione viene esiliato in un piccolo convento per disintossicarsi dai suoi rigurgiti. Trova il pastore che rappresenta il bene a tutti i costi, che lotta per mistificare la realtà, la sua e quella degli altri. Ha un tumore in testa e sanguina da un orecchio se viene messo in un angolo e per un attimo la sua fede barcolla, ha un figlio paraplegico ma fa finta di niente, lottando contro i fantasmi del male. La fede è un travestimento, come il cinema di Jensen, noir e autoriale, obbligo morale, con leggi scritte: lo si può uccidere o ferire, accarezzandolo cinicamente e addormentandolo dolcemente. La lotta tra bene e/o male da teologica si fa antropologica, nella misura in cui resta difficile concepire le due metà del frutto, l'inquietudine dello spirito ridotto a puro fatto estetizzante e culturale. Jensen, quindi, resta un figlio senza padre, che nel suo paese e amatissimo ma anche qui da noi sembra farsi strada, senza mai sconfessare la sua passione per la sofferenza e la spregiudicatezza (c'è una battuta nel finale a proposito dei bambini down e i bambini dell'estremo oriente da "ricordare"), senza mai contraddire ciò che è stato e avrebbe potuto essere nel dogma. Neodogmatico e confuso, che tentoni cerca la strada dell'espiazione, scacciando corvi e vermi, liberando la concezione biologica del cinema/bene inteso come incremento della purezza razziale al suo interno. Cinema "riuscito" dal bene e dal male, dalle strette maglie delle regole e norme dei comandamenti (a proposito, un'altra sceneggiatura di successo del regista è Non desiderare la donna d'altri), perché la scelta del bene e del male come stile di vita è una decisione che ha bisogno di ostinazione per non cadere nel ridicolo o nel farsesco. Una buona o cattiva "azione" non è sufficiente a fare un uomo/regista buono o perfido, è necessaria una costante ricerca dell'annullamento (come il pastore o il nazi), senza limitazioni che corrisponde a quella consapevolezza che Jensen pare non abbia ancora raggiunto, ma che si ostina a mostrare.
Titolo originale:
Regia: Anders Thomas Jensen
Interpreti: Ulrich Thomsen, Mads Mikkelsen, Nicolas Bro, Nikolaj Lie Kas, Ole Thestrup, Ali Kazim, Paprika Sten
Distribuzione: Teodora Film
Durata:
Origine: Danimarca, 2005
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